Jesse Owens - Arturo Maffei (foto d'epoca)
Jesse Owens - Arturo Maffei (foto d'epoca)
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Come la raccontava Arturo, sembrava una scena del “Grande Dittatore”: Jesse che accennava una specie di saluto nazista, il Fuherer che gli allungava la mano, Jesse che allungava la mano e il Fuhrer che la alzava nel saluto. “E alla fine Hitler andò via di furia perché c’era giù una Mercedes che lo aspettava”.

E, secondo Arturo, il Fuherer non era poi così incazzato come si è sempre detto e narrato. Felice magari no, ma ai testimoni oculari bisogna dar fiducia e Arturo Maffei quel giorno, il 4 agosto 1936, era proprio questo, un testimone, un protagonista di una delle più grandi gare mai viste, la finale del salto in lungo all’Olympiastadion nuovo di zecca, pietra cruda tedesca e 100.000 spettatori.

Sia la qualificazione che la finale si svolsero lo stesso giorno e il mattino Jesse andò vicino a finire in una trappola. Due nulli, lui, quello che aveva infranto la barriera degli 8 metri, che il 25 maggio 1935, sulla gibbuta pedana di Ann Arbor, aveva voltato la pagina della storia: quell’8,13 avrebbe tenuto duro per 25 anni.

“Salve, come stai?”, disse James Cleveland detto Jesse a quel gentile giovanotto tedesco che gli si era avvicinato. “Io bene. Ma tu come stai? Mi pare qualcosa ti stia divorando. Devi stare calmo: ti puoi qualificare a occhi chiusi”. Fu l’inizio dell’amicizia tra il nipote di schiavi e Carl Ludwig Long, detto Luz, dal profilo rapace e dall’animo aperto, in grado di impensierire il formidabile Jesse sino al quinto turno con un record europeo portato a 7,87.

Se i consigli mattutini erano stati un dolce invito, quel salto fu una scossa: Owens sfiorò gli otto metri e li superò (8,06) all’ultima prova. Luz gli tese la mano, Jesse l’afferrò. “Nessun trofeo, nessuna medaglia possono valere la nostra amicizia”, continuò a ripetere Owens. Durò poco: il capitano dei paracadutisti Luz Long cadde in Sicilia nell’estate del ’43.

Quel giorno segnò Maffei come quello di nascita o l’ultimo passato su questa terra, l’ultimo di una vita che non finiva mai, quasi 97 anni vissuti con leggerezza. Non è da tutti o forse tocca in sorte solo a chi prova a decollare confidando di atterrare il più tardi possibile.

Maffei non è Beccali, non è Consolini. E’ passato alla storia senza aver mai vinto nulla, lo stesso destino toccato a Luigi Facelli da Acqui Terme, quello delle sfide tra il principe e il povero.

Il povero era Luigi, in gioventù soffiatore di vetro e scopritore di un nuovo mondo faticoso e piacevole sotto la naja; il principe era David George Bronlow Cecil, lord Burghley, sesto marchese di Exeter, oro nei 400hs ad Amsterdam 1928, più tardi presidente del comitato organizzatore dei Giochi di Londra ’48 e della Iaaf.

Per Arturo, una vita in un giorno, quel 4 agosto, dentro quella gara, quella dei due record europei di Luz Long, dei balzi improvvisati da Jesse, gran fiore dell’Alabama. “Ragazzo alla mano, simpatico, sempre sorridente”.

Nella vecchia foto, in copertina, che li ritrae assieme, Jesse sorride rivelando un incisivo all’infuori; Arturo – che aveva una di quei visi toscani, simpatici e sgherri, che si ritrovano in Botticelli, in Ghirlandaio, in Benozzo – è compiaciuto. L’uno e l’altro indossano tutone grezze: Usa e Italia a lettere enormi. Sono tornate di moda.

Destino non benigno: Arturo ebbe a che fare con Naoto Tajima, triplista che di lì a due giorni avrebbe portato il mondiale a 16,00. Era in forma, il giapponese: 7,74. “Ero in forma anch’io”. Un salto a 7,73 (il vento, non ufficialmente rilevato, era oltre la norma dei due metri a favore) non gli era mai riuscito.

Oggi si dice: medaglia di legno. Allora si diceva: quarto alle Olimpiadi, a un centimetro dal podio. E giù un moccolo. Nessuno, se non i ciarlatani, hanno capacità di divinazione e Arturo non poteva sapere che quel record italiano sarebbe durato 32 anni, sino al 7,91 di Beppe Gentile, il Giasone di Pier Paolo Pasolini, che quel giorno a Chorzow iniziò l’avvicinamento pieno ai Giochi di Città del Messico.

Ad Arturo con l’atletica e con il calcio (grande amore mollato e riabbracciato) non riuscì di arricchirsi. Tre anni prima della morte gli assegnarono la legge Onesti, quella che ha preso il posto della Bacchelli: un aiuto ai grandi vecchi perché possano tirare avanti con dignità.

Quel giorno, in uno dei palazzoni della Roma papalina, sembrava commosso. “Mi lacrima un occhio e mi duole un’anca. Ma ti sembra possibile?”. “Arturo, i prossimi sono 94”, lo ammoniva un vecchio amico, Gustavo Pallicca, che alla vita e alle opere di Arturo ha dedicato anni di ricerche e ha steso una smisurata bozza che attende solo di essere pubblicata.

E lui non rispondeva e tornava al tempo in cui il lungo era una sfida tra scugnizzi viareggini. “Si prendeva la rincorsa sulla pedana che serve per portare il pattino in acqua e si atterrava nella sabbia”. E i ricordi pescavano più indietro, al tempo di una Viareggio liberty e floreale.

“Puccini entrava in negozio, chiacchierava, si baloccava: io credo venisse per ammirare mamma mia. Veniva da Costantinopoli, era bellissima”. E una volta Giacomo trovò un soprammobile che gli garbava, come dicono da quelle parti, ma in tasca non aveva un soldo.

“Chissà dove ho la testa, signora Maffei” e aveva pagato con una spilla. “Quanto avrò avuto? Diec’anni?”: a Puccini restavano cinque inverni da passare a folaghe, nella bruma di Torre del Lago dove Arturo si sarebbe spento.

“Una fortuna nella vita l’ho avuta: ho incontrato il marchese Ridolfi”. Luigi Ridolfi era un esteta che sarebbe stato perfetto ai tempi dei Medici e che il suo umanesimo sviluppò nello sport: fondatore e presidente della Fiorentina, della federazione di atletica, creatore del centro tecnico di Coverciano, importatore di tecnici stranieri, fascista della prima ora ma moderato, come si addice a un aristocratico dotato di sangue dei Verrazzano.

L’altra fortuna fu di incrociare il cammino di un allenatore come l’americano Boyd Comstock che Ridolfi aveva chiamato per svecchiare un mondo, sgrezzare talenti, portare a polimento, come faceva Michelangelo con i suoi marmi.

Tutti questi personaggi Arturo se li vide morire uno dopo l’altro, chi in guerra come Long e Leichum, che nel ’38 a Parigi gli aveva sottratto il titolo europeo per una manciata di centimetri, chi portato via dal cancro come Owens, chi da un cuore cedevole come Ridolfi. E tutti i compagni in maglia azzurra e gli avversari e gli amici.

Arturo continuava a percorrere la sua vita che sembrava eterna come quella del conte Greffi, il fragile nobile milanese che gioca a biliardo con il giovane Hemingway in “Addio alle armi”.

Lo scudetto della Fiorentina del ’56: allenatore Fulvio Bernardini, preparatore atletico Arturo Maffei; il distributore di benzina su uno dei viali di circonvallazione; il tentativo di sedersi a una scrivania, durato pochissimo; il ritorno al mare della giovinezza, quando aveva girovagato da mozzo tra Francia, Spagna e Algeria, al timone di un panfilo; l’incontro con Bob Beamon, quello dell’8,90 messicano mentre qualcuno, in seconda fila, diceva: “Ma chi è quel vecchietto?”.

Quel vecchietto era un irrequieto che non conservava un posto, che non riusciva a star zitto, che era in pace solo quando si alzava all’alba e udiva il rumore dei suoi passi in una Viareggio che viveva l’ora blu.

L’avesse incontrato un regista francese, l’avrebbe ingaggiato come spalla di Jean Gabin. Le pieghe giuste, in faccia, nell’anima. Paavo Nurmi diceva: “Morirò quando non riuscirò più a camminare per tre chilometri”. Pare sia stato di parola.

Di Arturo rimane un’immagine, sulla sua spiaggia, mentre allunga un passo che vuole essere un salto. Sullo sfondo, un barbaglio di sole che pare un’esplosione. Non esiste la prova sia stata la sua ultima rincorsa.

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