Eddy Ottoz (foto FIDAL archivio)
Eddy Ottoz (foto FIDAL archivio)
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Eddy Ottoz era acuto, come gli antichi latini usava la satira come una lancia e ha inventato il tweet prima che inventassero i telefonini (“gli atleti italiani e le atlete sovietiche prima della gara non si radono”, finì anche sul New York Times), nell’arte della manutenzione della motocicletta ha finito per anticipare Robert Pirsig e nell’on the road ha bruciato di qualche mese Easy Rider, cavalcando sulle strade americane prima di Dennis Hopper e Peter Fonda.

Eddy è stato, secondo i giornalisti dotati di cultura classica che popolavano l’atletica di quel tempo lontano e felice, un solitario Orazio contro i tre Curiazi americani, e questo capitò il 17 ottobre 1968, finale olimpica dei 110, ai 2200 metri abbondanti di Mexico City, nell’annata in cui sugli “alti” gli americani avevano espresso 19 tra i migliori 25 ostacolisti del mondo, e lui si ritrovò contro Willie Davenport, Ervin Hall e Leon Coleman e, a riascoltare la radiocronaca di quel buonanima di Paolo Valenti, di Curiazi ne aveva lasciati due alle spalle perché il gap tra Hall e Eddy era breve come un singulto, quattro centesimi.

Coleman dietro, senza discussioni, all’abisso di due decimi. Il tuffo disperato non colmò quel soffio. Terzo. E quel 13”46 (a 13 centesimi di Davenport) avrebbe tenuto duro per quasi 26 anni, sino al 13”42 berlinese di Laurent. Figlio suo che avrebbe trasformato la cronologia italiana in un affare di famiglia, stile Corea del Nord.

Non è mai stato uno qualsiasi e così, usando un artifizio letterario, ha deciso di venire al mondo in un momento storico speciale.

Il 3 giugno 1944, quando nel sud dell’Inghilterra i preparativi per l’attacco alla Fortezza Europa erano ultimati e Dwight Eisenhower aspettava solo uno squarcio di tempo clemente per puntare sulla Normandia, sul Mediterraneo, a Mandelieu, era venuto il suo momento e, se è per questo, stava arrivando anche il momento, per quel fronte così tranquillo da apparire languido, che una lunga guerra non guerreggiata avesse fine.

Gli italiani prima – e i tedeschi dopo – che finivano da quelle parti acclamavano la buona sorte: meglio la Costa Azzurra che il Vallo Atlantico, senza parlare dell’orrore del fronte orientale.

Di padre aostano e madre francese, che Gianni Brera indicò di radici liguri (come di quell’antica razza erano, per lui, sia Mario Lanzi che Beppone Tosi), in realtà cuneesi e semmai occitane, il nostro eroe vede la luce nella Francia collaborazionista di Petain.

Ma durò poco perché presto arrivarono i goumiers marocchini di De Gaulle e a seguire gli americani”.

Papà assente al lieto evento: “Dopo l’8 settembre non aveva voluto fare… lavori sociali, nel senso che non aveva aderito alla Repubblica di Mussolini. Campo di concentramento in Germania e in Polonia, fuga, guerra in montagna, da partigiano”.

In Val d’Aosta Eddy approda a 14 mesi, nell’estate del ’45. “Da sans papiers, senza documenti, passando per un ghiacciaio, ma senza finire in un centro di identificazione”.

Le vicende del primissimo Ottoz, inconsapevole di quel che gli sta accadendo attorno, si trasformano in appassionante anticipo dell’Ottoz che verrà dopo, di quello che può esser ritagliato come una silhouette andando a sfogliare ritagli, annuari, recuperando ricordi nostri, suoi, di altri testimoni.

E su tutto, come nelle opere che si rispettano, va stampata una citazione di Sandro Calvesi (“Il brutto è sbagliato “) che diventa un train de vie, una direzione obbligata in cui far coincidere calligrafia e efficacia, per plasmare quel che, dopo molti anni continua a essere un capolavoro dell’allenatore bresciano.

Eddy non era veloce, non aveva un fisico bestiale (meno di 1,80 per meno di 70 chili) e, con queste premesse, dominò l’Europa degli anni Sessanta (due titoli continentali all’aperto e tre al coperto), corse due finali olimpiche, la prima a Tokyo a vent’anni (quando gli Orazi azzurri erano tre: lui quarto, a ridosso del sovietico Anatoli Mikhailov, Giovanni Cornacchia e Giorgio Mazza settimo e ottavo), la seconda a Mexico dopo aver visto con i suoi occhi l’orrore di Piazza delle Tre Culture, quando i granaderos spararono sulla gente che chiedeva pane e giustizia.

Eddy ha corso, ha scritto, ha tradotto, ha polemizzato, ha ironizzato, si è sempre tenuto molto vivo. Libertario e liberista, ma non ancora liberato, ha detto di sé, in ogni caso, senza ostacoli.

 

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