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Un atleta in gara ha solo una cosa in testa: la gara. Tutt’al più un pensiero lo riserva ai suoi avversari, o con lo sguardo cerca il proprio allenatore a bordopista, i propri amici o i propri genitori sugli spalti. Altrimenti, da un estremo all’altro, non pensa a nient’altro se non a quello che sta per fare, vuoi un salto, vuoi un lancio, vuoi una corsa, vuoi una marcia.

In tutto questo ogni altro elemento pare un’intrusione, qualcosa di non necessario. E invece una cosa manca. Una persona, per l’esattezza: qualcuno che possa proteggere l’atleta dentro la pista, salvaguardando la regolarità del suo risultato, svolgendo tutte quelle pratiche necessarie perché quel risultato possa diventare ufficiale, ed essere visto da tutto il mondo.

Questa persona è il giudice di gara, e l’unica definizione che può prestarsi a definire una simile figura credo possa essere solo questa: giudice di gara è colui che ama l’atletica al punto da servirla, senza chiedere nulla in cambio.

Prima di scrivere queste righe mi sono fatto, da atleta, un esame di coscienza, e mi sono chiesto quante volte, dopo una mia gara, specie positiva, sono andato a ringraziare i miei giudici. La risposta che mi sono dato è stata questa: troppo poche.

Con che coraggio allora, con che coerenza, proprio io, mi permetto di parlare di quegli stessi giudici di gara tanto lontani, tanto invisibili? E mi sono risposto questo: sono sempre in tempo per cambiare.

E io da oggi vorrei cambiare, e vorrei che tutti quelli che come me, finora, sono rimasti indifferenti, aprissero finalmente gli occhi e si accorgessero di quanto importanti siano per noi questi signori che ogni domenica, su quella pista, seguono le nostre fatiche sostenendo la nostra passione.

E poi, che atletica sarebbe senza i nostri giudici? Anche questo mi sono chiesto. Ma qui la risposta, a ben pensarci, è molto più semplice: non ci sarebbe l’atletica.

Ancora di più è incredibile come una figura così importante possa da un momento all’altro passare in secondo piano, al punto da diventare praticamente invisibile. Già, invisibile, proprio come il respiro che ci dà la vita e che facciamo di continuo, senza nemmeno accorgercene. Una metafora appropriata, a pensarci bene.

E in effetti ci rendiamo conto di poter respirare solo quando ci manca il respiro… solo quando i nostri giudici di gara non ci sono più.

L’occasione per ringraziare alcuni di loro, purtroppo, l’abbiamo perduta per sempre.

Recentemente, infatti, ci hanno lasciato Carlo Ruggiero (GGG Toscana), Carlo Balestri (GGG Livorno), Franco Muti (GGG Reggio Emilia), Danilo Faccioli (GGG Friuli Venezia Giulia) e Romano D’Oristano (GGG Emilia Romagna).

Uomini che hanno dedicato la loro vita all’atletica, per amore dell’atletica. E questo vale più delle medaglie o dei record, perché è un gesto che vive, che racconta una passione al di là dei numeri e dei successi.

A loro, con queste poche righe, vuole andare il ricordo di noi atleti, e il nostro “grazie” che non siamo mai riusciti a dare, ma che ugualmente, quando tutto questo sarà finito, faremo arrivare loro con la nostra passione. La loro passione.

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