Maratona al buio ( foto libera )
Maratona al buio ( foto libera )
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Se l’atletica è la regina degli sport lo si deve anche e soprattutto alla maratona, col fascino e carico di leggende che si porta dietro.. atletici quasi epici, stoici, che corrono circa 42km ad un ritmo da mezzofondista, ignorando fatica, sudore, crampi, spinti ognuno dalle proprie ragioni, economiche per qualcuno, di gloria e fama per altri.

Ma ieri si è avuta la netta sensazione che a prevalere, almeno per questo comitato organizzatore, fossero solo gli aspetti economico-mediatici del grande circo dell’atletica.

Mai come stavolta gli atleti, le loro necessità, i limiti fisici ed il rispetto che gli è dovuto, sono venuti in secondo piano, costretti a correre ad un orario improbabile e in condizioni proibitive, in cui caldo e afa l’hanno fatta da padrone.

Che non sarebbe stata una gara normale ci si era resi conto da subito, non solo per le condizioni alla partenza, ma per il fatto che dopo 3 minuti (3 minuti!!!) già c’era il primo rifornimento, normalmente in condizioni standard dopo 3 minuti un atleta non si è neanche reso conto di cosa succeda intorno a sé, ma stavolta lo sapeva benissimo: andava incontro ad una gara ad eliminazione (fisica), dai contenuti tecnici discutibili, con un tempo finale che è stato quello che è stato..

Certamente da sempre lo sport è stato anche veicolato a fini politici, basti pensare al pugno chiuso dell’atleta nero Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri a Città del Messico nel 1968 in segno di protesta contro il razzismo, o all’uso che molti governi hanno fatto delle Olimpiadi e delle varie rassegne, per dimostrare la propria forza militare, economica e politica.

Ma qui si ha la netta sensazione che qualcuno, per uscire dallo stallo geopolitico in cui si trova, nel complesso scacchiere degli equilibri del medio oriente, si sia “comprato” tutte le rassegne sportive internazionali da qui ai prossimi anni, in tutte le discipline, atletica, calcio, ciclismo, fregandosene degli atletie della loro salute.

Non bisogna essere illuminati fisiologi per capire che certi sport, a certe condizioni, sono difficilmente praticabili.

La colpa non è di chi vende il prodotto, ma di chi lo acquista. È vero, tutte le nazioni hanno il diritto di chiedere di ospitare manifestazioni internazionali, ma in chi decide, nelle federazioni internazionali, dovrebbe prevalere il buon senso e la dignità di capire dove si può e dove non si può, per motivi climatici e fisiologici ma soprattutto di dignità, per evitare di vedere atleti sfiniti sbandare confusi, sorretti o ridotti su una sedia a rotelle.

Essere un professionista non significa accettare per denaro qualsiasi condizione, significa soprattutto vedere riconosciuta, sempre, la dignità del proprio lavoro ed impegno.

Per notizia la gara si è conclusa con la vittoria della keniota Ruth Chepngetich in 2h32’43”, tra barelle ed ambulanze. Una Via Crucis.

Nota della Direzione: la foto è volutamente buia per condividere il nostro disappunto di quanto fatto patire alle atlete.