David Hemery (foto The Independent)
David Hemery (foto The Independent)
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Era ancora il tempo delle lettere che venivano scritte con la stilografica e che viaggiavano chiuse dentro le buste azzurrine della posta aerea: David ne ricevette due.

Una era in versi ed era di Fred Housden, il vecchio astista, il vecchio giocatore di rugby del Blackheath che aveva capito quanta stoffa avesse quel ragazzo biondo rossastro, dal naso che fendeva l’aria e dall’espressione decisa: “Quando Geoff (Vanderstock) diventa pallido e le ginocchia di Ronnie (Whitney) cominciano a tremare, quello è il momento”.

Sembra quella poesia esortativa di Rudyard Kipling – If – che spinge a trovare e realizzare la propria dimensione.

L’altra è in prosa ed è di Billy Smith, l’americano del New England che ha finito di grattare scorie dal diamante grezzo venuto alla luce nell’antico regno dell’Essex: “Sei mille colline e mille dune di sabbia davanti agli altri: vincerai e correrai in 48”1”. Prima di calarsi in un pronostico che si rivelerà tremendamente esatto, anche Smith sa toccare livelli e accenti poetici.

David Hemery ricorda l’avviarsi verso lo stadio in una serata messicana piovosa e fredda: “Avevo le mani gelate e l’attesa si rivelò lunga”. “Non è una serata da americani né da italiani – tentavano di tenere alto il morale gli inviati inglesi – questo è il tempo perfetto per noi britannici”.

Gli americani erano quelli citati dai tecnici di David: Vanderstock, che aveva l’aspetto di un marine, era il primatista del mondo, Whitney era famoso per i finali da arrembaggio. Gli italiani si riducevano a un nome, Roberto Frinolli, il più esile tra i magnifici otto: miglior tempo delle semifinali, capace di un’azione in cui la leggerezza si mischiava all’eleganza.

Quattro anni prima, già presente nel grande festival degli ostacoli azzurri: Ottoz, Cornacchia e Mazza finalisti nei 110, Morale e lui, nei 400: terzo Tito, sesto Roberto. Un personaggio cechoviano, scrisse di lui una delle più menti più acute e generose che in Italia abbia scritto di atletica, Alfredo Berra.

Quando di mezzo c’è qualcosa di solido, meglio sintetizzare in poche parole ed è proprio quello che fa Hemery: “Ero in sesta: dopo aver passato Whitney e Sherwood corsi da cieco, senza più un punto di riferimento”.

E’ in quel momento, mentre la seconda curva si sta esaurendo e la cadenza della prima parte è passata dai 13 ai 15 passi tra una barriera e l’altra, che la notte si fa giorno, che le luci trasformano la pista in una strada lucida di pioggia, che il vantaggio diventa ampio come un abisso che scavalca il passato, lasciandolo per sempre alle spalle.

Anche l’immagine frontale offre lo stato delle cose, ma è quella laterale che sgomenta: David vince per sette metri e di sette decimi migliora il record del mondo. Non si era mai vista una cosa simile. “La più grande impresa britannica nell’atletica”, scriverà Neil Allen sul Times.

E ne avevano alle spalle, loro, di imprese. Il 48”8 di Vanderstock, ai Trials di un mese prima a Echo Summit, diventò il 48”1 di David Hemery, detto Drake, e il crono elettronico sentenziò che il progresso era anche più ampio: 48”12 contro 48”94.

L’entusiasmo è come le onde su cui un tempo regnava e dominava Britannia. “Ha vinto Hemery, ha vinto Hemery, secondo è il tedesco Hennige. E terzo, terzo è… Ma chi se ne frega di chi ha fatto terzo, non importa”,  urlò al microfono David Coleman, telecronista della Bbc, perdendo la testa e l’aplomb.

Il problema per Coleman venne dal fatto che terzo finì John Sherwood, dello Yorkshire, più radicato di Hemery sul suolo patrio. Per Sherwood, giorni indimenticabili: ventiquattro ore prima la moglie Sheila era stata seconda nel salto in lungo.

Hemery venne premiato da lord Burghley che aveva vinto i 400hs quarant’anni prima, ad Amsterdam.

David abdicò quattro anni dopo, a Monaco di Baviera (con onore, terzo), di fronte alla corsa magnifica e selvaggia di John Akii Bua: partì più forte che a Messico, 22”8 ai 200, ma un’occhiata gli fu sufficiente per capire che l’ugandese, che aveva avuto in sorte la dannata corsia numero 1, stava tenendo un ritmo d’inferno, quello che gli permise di diventare il primo ad infrangere, per diciotto centesimi, la barriera dei 48” .

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