Kipchoge Keino (foto archivio)
Kipchoge Keino (foto archivio)
FASTWEB

Il 25 febbraio 1964 Alì, che non era ancora Alì, abbattè Sonny Liston e diventò campione del mondo: era il tempo dei re e così, quando arrivò Kipchoge Keino, lo chiamarono King.

E’ passato più di mezzo secolo da quando venne concesse di vederlo e, tutti presi da quel drammatico finale, quando Bob Schul piegò l’ossuto Harald Norpoth in quel finale dei 5000 che coincise con la resa senza condizioni di Michel Jazy, non fu molto il tempo concesso per dare un’occhiata a quel giovanotto del Kenya dalle gambe lunghe e dalle caviglie sottili che finì quinto.

In realtà, non era la prima volta che Kip si allontanava da Kipsamo, distretto dei Nandi, non lontano da Eldoret: due anni prima il Kenya appena nato dalla smobilitazione dell’Impero, lo aveva incluso nella squadra per i Giochi del Commonwealth di Perth, Western Australia, lo stato che ha come simbolo un nobile volatile simile a Kip, un cigno nero: undicesimo nelle 3 miglia. L’esperienza era poca o nulla.

A Tokyo, fuori per poco dalla finale dei 1500 e quel piazzamento sui 5000. Kip è sempre stato così, uno che saltabeccava sulle distanze, senza concentrarsi troppo sull’una, sull’altra.

Aveva quel magic touch che si chiama classe pura e che lui sapeva spargere come una polvere miracolosa. Per non parlare dell’eleganza e, quando ce ne fu bisogno, della spietatezza.

Meno di un anno dopo irrompe nell’albo dei primatisti del mondo: capita a fine agosto ’65 a Helsingborg quando, con un passo metronomico (3’49”6 più 3’50”) distrugge per sei secondi abbondanti il record del mondo dei 3000 del DDR Siegried Hermann: da 7’46” a 7’39”6, prima discesa sotto una barriera.

Il ’65 è l’anno dei suoi record: a fine novembre, a Auckland, dà una piccola spallata al mondiale dei 5000 di Ron Clarke, 13’24”2.

Qualche mese dopo l’aussie che nei grandi appuntamenti non ha mai cavato un ragno dal buco risponderà con un spaventoso 13’16”6. Ma a Kip dell’inseguimento ai limiti non è mai importato molto.

E’ in pista a Los Angeles, nel luglio del ’67, quando Jim Ryun corre in 3’33”1 e lui prende 4” senza fare una piega. Visto a posteriori, sembra aver preso le misure al giovanissimo americano.

A Messico si presenta da campione del Commonwealth del miglio e delle tre miglia e con ambizioni sconfinate: corre i 10000 e si ritira per problemi allo stomaco, dà vita a un furibondo finale con Mohammed Gammoudi, 54”8 sull’ultimo giro, e raccoglie la sua prima medaglia olimpica, secondo nei 5000.

Tre giorni dopo, nei 1500 metri, il 20 ottobre 1968, più che domare Ryun, lo smonta contando sulla fedeltà di un gregario di extralusso, Ben Jipcho (scomparso da poco) che lassù, a 2248 metri, imprime un ritmo assassino: 56”, 1’55”3. Kip rifila 20 metri e tre secondi a Ryun e firma il suo vero record del mondo: 3’34”9 in altitudine. “Se muoio, muoio qui”, sono le parole memorabili che scrive su quella giornata. Il giorno dopo nasce sua figlia Milka. E Olympia, naturalmente, all’anagrafe di Eldoret.

A Monaco ’72 ha 32 anni e decide di allargare ancora i suoi confini. “Sugli ostacoli ho una tecnica da animale ma mi diverto a farli”, sorrideva a chi gli domandava il perché di quella singolare scelta.

Un vecchio amico, Renato Canova, diventato negli anni anche un profondo amico dell’Africa, raccontava che gli vide correre un 800 in 1’46”2 al Dante Stadion, percorrere venti chilometri di corsa lenta sino all’Olympiastadion e schierarsi al via degli 800 delle preolimpiche per chiudere in 1’46”.

Le siepi non furono un grande problema: ad affiancarlo nel finale il fedelissimo Jipcho che più che altro badò a tenere a bada il finlandese Tapio Kantanen.

Ma un altro finlandese era in agguato sul filo dell’orizzonte: Pekka Vasala aveva l’aspetto del predicatore di certi drammi del profondo Nord, magro, ieratico, con gli occhi di ghiaccio.

Esistono immagini bellissime di questo duello: in una di esse Pekka e Kip corrono alla stessa frequenza e la loro magrezza e la loro eleganza li rendono un coppia di fenicotteri di diverso colore. La seconda parte in 1’49” assegnò il verdetto al campione di Suomi per alimentare in seguito dibattiti sulla liceità del suo sangue.

Kip era giunto all’apice della parabola. Circondato da una tribù di figli, naturali e adottivi e destinati a toccare quota 200, siede da lunghi anni sul suo trono di re pastore producendo miele e formaggio e ricevendo omaggi: due scuole e lo stadio di Eldoret portano il suo nome.

Nella fattoria sono appese la laurea honoris causa in legge e la cittadinanza onoraria, entrambe concesse dalla città di Bristol, non prodiga a dispensare titoli. L’ultimo, prima di Kip, era stato Winston Churchill, un altro sovrano senza corona.

 

Fastweb Fibra