Bandiera Regno Unito (foto archivio)
Bandiera Regno Unito (foto archivio)
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La Gran Bretagna è un paese multiplo (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord sono le tessere del mosaico che formano il Regno Unito, chissà ancora per quanto non è noto) e, da almeno sessant’anni, con la liquidazione dell’Impero, è anche un paese multietnico.

A furia di essere “multi” è normale che sia diventato uno dei punti di riferimento di pentathlon, eptathlon e decathlon.

I britannici hanno cominciato a raccogliere più di mezzo secolo fa, a Tokyo ‘64, quando Mary Rand, due giorni dopo il successo nel lungo, finì seconda nel pentathlon che faceva l’esordio olimpico.

Qualcuno dice prima, visto che l’oro finì al collo di Irina Press che non partecipò mai alle selezioni di Miss Universo. Tra le due in pista e nei salti correva equilibrio ma l’ucraina impresse la svolta già alla seconda disciplina: peso a 17,18, sei metri abbondanti più della britannica. Mary, originaria di Wells, Somerset (magnifica cattedrale) quest’anno ha compiuto 80 anni. Irina è morta sedici anni fa.

In quella gara finì quarta una donnona di Belfast, Irlanda del Nord: otto anni dopo, a Monaco di Baviera, Mary Peters avrebbe messo in fila la bella Heidi Marie Rosendahl e la valkiria Ddr Burglinde Pollak.

Fu una lotta bellissima, seguita d un pubblico entusiasta come può esserlo soltaanto quello tedesco: Mary dominò la prima giornata, firmando record personali nei 100hs, 13-29, e nel salto in alto, 1,82, la prova che sembrava cancellare Heidi (un misero 1,65) dalla lotta per le medaglie: dopo tre quinti di competizione, Peters avanti di 97 punti su Pollak e di 301 su Rosendahl.

Il giorno dopo, 3 settembre 1972, Heidi iniziò atterrando a 6,83, un centimetro dal suo record del mondo (e cinque più della misura che le aveva dato l’oro il 31 agosto) scavando un abisso tra sé e la nordirlandese: 85 centimetri. Nei 200 la bella occhialuta attaccò a fondo, chiuse in 22,96, un tempo da finale sulla distanza, lasciò Mary – alle corde, non fuori dal ring – a 1.12 ma il sovvertimemto non le riuscì per 10 punti. Burglinde finì a 33.

Gli anni Ottanta si sono trasformati nella cavalcata di Francis Morgan “Daley” Thompson, il genio di Notting Hill, quattro record mondiali, due ori olimpici, un titolo mondiale, due europei, tre del Commonwealth e una carica di simpatia straripante.

Nella lista britannica di tutti tempi, Daley ha un margine netto, ma non abissale, su Dean Macey: 8847 contro 8603. Rispetto a Daley, la collezione di Dean, nativo dell’Essex, può sembrare minuscola ma tutto è meno che trascurabile: un titolo del Commonwealth, un secondo e un terzo posto ai Mondiali.

Le eredi di Rand e Peters sono un succedersi di generazioni: Denise Lewis, di West Bromwich, Midlands, è stata argento ad Atlanta e oro a Sydney, ha vinto un titolo europeo ed è finita due volte seconda ai Mondiali; Kelly Sotherton, di Newport, Hampshire, ha conquistato il bronzo ad Atene e ha un terzo posto ai Mondiali, la piccola ed esplosiva Jessica Ennis da Sheffield (12”54 nei 100hs e 1,95 nell’alto) ha vinto tutto quel che si può vincere e ha avvicinato i 7000 punti approdando a 6955, un record britannico che le è stato strappato, 6981, da Katarina Johnson Thompson quando a Doha la ragazza di Liverpool è riuscita a scuotersi di dosso la fama di perdente – o peggio, di autrice di improvvise catastrofi – conquistando il titolo mondiale e interrompendo la striscia di Nafi Thiam.

Cromosomi usati: inglesi, scozzesi, nordirlandesi, nigeriani e delle Indie Occidentali perché, come è noto, il melting pot produce effetti straordinari. Sufficiente pensare a Tiger Woods, Dan O’Brien, Brian Clay, Ashton Eaton. Gli ultimi tre sono decathleti.

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