Pino Dordoni (foto d'epoca 1952)
Pino Dordoni (foto d'epoca 1952)
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Il giudice era Libotte. Sai, Armando Libotte, quello che organizzava la 100 km del Canton Ticino. Lo conoscevo bene, eravamo amici. E quando comincio a inquadrare la torre dello stadio, gli dico: senti, Armando, ti dispiace tenermi gli occhiali scuri e il berrettino? Non si può mica vincere l’Olimpiade a capo coperto e con gli occhiali sul naso. E poi, già che ci sei, prestami anche il pettine che voglio rendermi presentabile“.

E’ stato allora che i fotografi e i cineoperatori si sono scatenati per riprendere la scena. Figurarsi, uno che marcia e si pettina. E quelli arrivati in ritardo mi dicevano, repeat, again, fallo di nuovo. E io un volta ci sono stato, poi ho detto basta: ragazzi, non voglio mica perdere la medaglia d’oro per voi. Dolezal era un vecchio cagnaccio. Otto minuti avevo su di lui e vinsi per due”.

E questo era il ricordo che Pino Dordoni riservava agli amici, il ricordo del 21 luglio 1952 quando si trasformò in un’icona, un’icona vera, mica quelle figurine che affollano lo schermo del computer: il viso ispirato, trasfigurato, mentre, nello stadio di Helsinki, taglia il traguardo della 50 km di marcia e diventa una delle immagini della storia dello sport azzurro, una di quelle che non sbiadiscono.

E rievocando andava via tutto d’un fiato, una parola dopo l’altra, come i passi lungo i viali alberati, sulla Mannhereimer, a calpestare i binari del tram, senza un’occhiata per i laghetti, per la mole bianca di Finlandia, per le betulle.

Un lunedì di pioggerella fine che odorava d’autunno fu il suo giorno, il giorno della prima medaglia d’oro della spedizione italiana “tanto che divenni il cocco di Giulio Onesti. Poi venne l’oro di Irene Camber nel fioretto, ma a rompere il ghiaccio toccò a me e per qualche giorno ebbi tutti gli onori, persino una macchina a disposizione”.

Ma l’omaggio più vero, più sincero, inaspettato me lo regalarono i russi: era la prima volta che venivano ai Giochi e non erano nemmeno nel nostro villaggio. Noi stavamo a Kapyla, in un blocco di case popolari, loro ad Otaniemi, nella foresta. Il giorno dopo la vittoria, andai da uno di loro, un amico. Gli altri erano sul cancello, applaudivano, e io chiesi: chi applaudono? Applaudono te, mi rispose”.

Perchè Pino era Mister Walking, il Signor Marcia, perfetto, impeccabile in uno stile diverso rispetto a quello d’oggi, stravolto dalle frequenze febbrili, dalle ampiezze sempre più ridotte, dal doppio appoggio che chissà, dal bloccaggio che boh.

Campione d’Europa nel ’50 all’Heysel di Bruxelles, sull’esito dei Giochi Dordoni aveva pochi dubbi, una convinzione maturata durate il lungo viaggio verso il Nord e Suomi.

Un viaggio eterno: 58 ore di treno da Milano. E poi piombarono i vagoni, sì, misero egli schermi di lamiera sui finestrini: stavamo per passare nella zona dell’istmo di Carelia, occupato dai sovietici”.

“Più di due giorni avevo avuto dalla Centrale alla stazione di Helsinki per riflettere. Ero convinto di essermi lasciato alle spalle tante migliaia di chilometri per un solo scopo: vincere”.

“Non avevo un dubbio, ero il più forte. Solo un timore: i piedi, che non è una roba da ridere per uno che marcia. Negli ultimi allenamenti, a Piacenza, avevo rinunciato a usare le mie scarpette da gara. Erano guanti, non volevo usurarle ed erano le uniche che avevo. Oggi quelli forti ne hanno anche otto paia”.

“Così calzai quel che trovai, un paio di scarpe da basket, con il puntale in gomma. Mi rovinai le unghie degli alluci e Giorgio Oberweger, il ct, prese il toro per le corna, lui era fatto così: prima che partissimo mi portò da un medico milanese che me le estirpò”.

“Così partii per l’Olimpiade con una fasciatura e con u’infezione che pulsava. Ma quel giorno, al 35° chilometro, quando diedi lo scossone decisivo, dimenticai di essere il padrone di quelle dita disastrate”.

Via, composto, senza mai rischiare l’ammonizione. In quei momenti sparivano il dolore e le traversie di un’esistenza condotta con la fierezza dell’integralista, con la testa e il cuore a invitto.

Perché Pino non ha mai nascosto e non ha mai smesso di ripetere che lui era da quell’altra parte, anche dopo il 25 aprile “quando l’Italia si popolò di partigiani”.

Lui a diciott’anni volontario nella Guardia Nazionale Repubblica, lui con quelli di Salò. E dopo la Liberazione, prigionia nel campo di Edolo e poi a Tombolo, nella pineta frequentata dalle “segnorine” che andavano con gli americani .

E a novembre del ’45 a casa, a Piacenza. Per finire a sbattere in vecchi amici che non salutavano, per sentirsi rispondere che lavoro non ce n’era. Ne rimediai uno un paio d’anni dopo: fattorino all’Associazione Commercianti, 27.00 lire al mese, meglio che niente. A scaldarmi la vita c’era la marcia. Ma c’erano anche le delusioni: a Londra ’48 fuori nelle batterie dei 10 chilometri, troppo corti per me”.

Con lo sport non è diventato ricco: “Quando, dopo Helsinki, il Coni mi diede la possibilità di scegliere – un medaglione d’oro o il corrispettivo in soldi, 700.000 lire – non ebbi un’esitazione: presi il denaro”.

E alla fine del racconto c’era sempre un sorriso beffardo, lo stesso che non ammainò anche quando gli dissero del cancro che portava addosso e dentro, e che uccise il Cavaliere nell’ottobre del ’98.

Qualche giorno prima erano andati a fargli visita Maurizio e Giorgio Damilano. “Stai forte, Pino, che tra qualche giorno ripassiamo”.

Ripassarono per il funerale e Maurizio distillava i ricordi: “Un lontano allenamento in Messico, per far riserva di ossigeno, io e Giorgio giovanissimi e lui ogni giorno a inventar qualcosa perché l’allenamento apparisse meno severo. Al mio fianco per l’oro di Mosca, al mio fianco sempre”.

E Pamich, scabro, quasi pietroso, disse solo una cosa: “Abbiamo passato una vita gomito a gomito e altro non so dire”.

A Sesto San Giovanni, vecchia roccaforte rossa, Stalingrado d’Italia, hanno chiamato con il suo nome il campo dove Antonio La Torre ha cresciuto Ivano Brugnetti, dove Pietro Pastorini allenava Michele Didoni. Lui ne sarebbe stato felice.

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