
L’altro giorno, in edicola, ho visto in vendita, per la serie Grandi Scienziati, un volumetto su Alan Turing. Cinque anni fa era uscito anche in Italia “Imitation Game”(il titolo è rimasto quello, meno male…), il film che narra la sua storia a sessant’anni dal suo suicidio con una mela avvelenata: amava la favola di Biancaneve, ma per lui nessun happy end.
Turing è interpretato da Benedict Cumberbatch che, al fianco di Gary Oldman, offrì una grande prova in “La Talpa”, dal capolavoro di John Le Carré.
Doveva compiere 42 anni ed è raro rintracciare chi meglio di lui può interpretare la solitudine del maratoneta, la ricerca dell’assoluto, lo strazio del perseguitato.
Matematico, logico, allievo di Wittgenstein, padre del computer, eroe senza riconoscimenti nella battaglia contro Enigma, il codice inattaccabile dei tedeschi, iniziatore della strada che avrebbe portato all’intelligenza artificiale, corridore sulle lunghe distanze, omosessuale, omicida di se stesso per por termine alla pena che gli era stata imposta, oggetto di postume scuse nel 2009 dal premier Gordon Brown, perdonato dalla Regina la vigilia di Natale di sette anni fa.
Cosa doveva essergli perdonato? Di essere un genio?
Un protagonista del XX secolo, ucciso dal pregiudizio e dall’intolleranza, guerriero-ombra nella vittoria contro il Terzo Reich, tardivo innamorato dell’atletica: è nel dopoguerra, oltre i trent’anni, che Alan abbraccia la corsa, tre miglia, dieci miglia, sino alle 26 della maratona.
Trova un club – il Walton Athletics del Surrey – e amici che si stupiscono nel vederlo così impegnato. “Ma perché ti ammazzi così di fatica?” gli chiedono. “Faccio un lavoro duro e questo in confronto…”.
Quando quelli di Walton decidono di andare a Nimega per la maratona, Alan, impegnato nelle sue ricerche, non può andare e allunga un biglietto da cinque sterline: “Fatevi una bevuta”.
Omosessuale? Quelli del club non ne hanno mai avuto l‘impressione: “Negli spogliatori girava un sacco di ragazzi nudi come bachi e Alan non batteva ciglio”.
A 35 anni, un paio di giorni di gloria: in un corsa campestre si lascia alle spalle Tom Richards, medaglia d’argento ai Giochi di Londra del 1948, e ai campionati inglesi di maratona, a Loughborough, è quarto in 2h46’03”.
Nella lista di chi maratoneta è solo per diletto, Turing è secondo dietro a Matthew Parris, deputato del partito conservatore, 2h32’57” qualche anno fa a Londra. Neppure Lance Armstrong ha saputo fare meglio di lui.
Figlio di Julius, funzionario dell’Indian Civil Service, nasce nel giugno del 1912 a Londra: i genitori decisero che la progenie dovesse veder la luce in patria e non nella gemma della corona, l’India.
Al King’s College di Cambridge, inizio anni Trenta, ascolta le lezioni di Wittgenstein e prova a dar forma a un complesso sistema in cui confluiscono la matematica, la logica, il pensiero puro.
E’ da questo cocktail che nasce la prima idea di una macchina che raccolga i dati, li organizzi: la “macchina di Turing” è, in nuce, il primo computer. Lo chiamano a Princeton ma prima della guerra torna a Cambridge.
E’ il momento della Gran Bretagna bombardata, isolata, sola, dell’ora più buia che Winston Churchill, con la sua arditezza retorica, trasformerà nell’ora più bella: “Non ci arrenderemo mai”.
Tutti devono dare il loro contributo e per gli scienziati e i crittografi la fermata di treno è in una località del Buckinghamshire: Bletchley Park. Immensi rotori fanno frullare serie di numeri per trovare la chiave e risolvere Enigma, il sistema di comunicazione delle forze tedesche che passa attraverso una diabolica macchina da scrivere.
Turing è tra quelli che sciolgono uno dei più spaventosi nodi di Gordio della storia. Come tutti gli altri, si vede imporre il codice del silenzio. Per quelli di Bletchley Park non un cavalierato, non un’onorificenza.
Alla fine della guerra si trasferisce a Londra per finire nel gruppo di Ace, uno dei primi motori di ricerca, e tre anni dopo è a Manchester per la creazione di Madam, il computer con la più potente memoria del mondo.
Il luogo gli è fatale: è lì che, fuori da un cinema, conosce Arnold Murray, un giovane disoccupato: lo invita a pranzo e poi a casa sua, che di lì a poco viene visitata dai ladri. Murray ammette di esser complice e quando Turing denuncia il fatto, l’indagine, più che il furto, investe il suo comportamento.
In forza di un Criminal Act che risale all’età vittoriana, l’omosessualità è un reato grave. Viene trascinato su un bivio: la prigione (come era toccato a Oscar Wilde) o la “cura”, un barbaro trattamento a base di ormoni.
Sceglie la cura e il 7 giugno 1954 la fa finita con il cianuro. A Cambridge e a Bletchley Park lo ricordano due statue. Troppo tardi.





