Giacomo Crosa Acqua Acetosa Roma
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Per i nati dagli anni 70 in avanti è la normalità ma non tutti sanno che, un tempo, la tecnica del salto in alto era completamente diversa, poichè si superava l’asticella dal davanti (stile ventrale) e non dal dietro (stile dorsale).

Il precursore, che diede poi il nome allo stile, fu Dick Fosbury, atleta statunitense che non ebbe una carriera molto lunga, si è ritirato a 25 anni, ma che è passato alla storia proprio per questa rivoluzionaria invenzione tecnica e, anche ovviamente, per aver vinto le Olimpiadi di Città del Messico del 1968, con 2.24 metri, sbalordendo il mondo dello sport per la sua invenzione.

Chi fu il vero inventore di questa nuova tecnica?

Fu lui, ovviamente, un giovanissimo studente di ingegneria, appassionato di biomeccanica, che contro ogni pressione da parte dei suoi tecnici che lo prendevano quasi per un folle, sperimentò questa sua idea innovativa per poi presentarla al mondo nell’occasione più prestigiosa.

Il racconto di chi l’ha vissuta in diretta e in prima persona

Giacomo Crosa è stato un grande saltatore in alto italiano degli anni 60/70, ma anche straordinario commentatore e conduttore televisivo.

Ho avuto il piacere di incontrarlo all’Acqua Acetosa a Roma, il centro federale del Coni, durante un pranzo di lavoro con tante persone e, a un certo punto, il ricordo è andato a quel giorno di ottobre del 1968, il 20 per l’esattezza, in cui mondo intero e lui stesso presero atto della tecnica Fosbury. Era il giorno della finale olimpica di Mexico ‘68.

“Erano tempi in cui non esistevano tutti i mezzi di comunicazione di oggi. In Italia si sapeva di un atleta statunitense che utilizzava una nuova tecnica di salto nella fase di valicamento dell’asticella” cosi’ comincia il ricordo di Giacomo.

“A Formia, non so come, il Prof. Placanica, figura storica e romantica della nostra atletica, era venuto in possesso di un filmato in super 8. Un salto di Fosbury, preso dalle tribune del Coliseum di Los Angeles. Una figurina piccola piccola, immagini che non colpivano l’immaginazione e comunque non portavano ad una vera attenzione analitica”.

La finale di Città del Messico 1968

“Il giorno antecedente, in qualificazione, avevo prima eguagliato poi migliorato il mio record italiano portandolo a 2.14, ma con Fosbury ancora nessun contatto diretto. Avevo saltato nella qualificazione sulla pedana opposta a quella del suo gruppo di qualificazione. E nemmeno nel mese di vita al villaggio si presentò l’occasione per una conoscenza tecnica e personale diretta” prosegue Giacomo dopo una breve pausa.

“L’incontro avvenne, inevitabilmente , il giorno della finale. Dick era al centro della curiosità mediatica e, a dire il vero, finché rimasi in gara( risaltai ancora 2.14 ) non è che mi fossi dedicato molto a lui. Avevo da pensare a me che, nel gioco dei nulli, mi trovavo in zona medaglia con gli avversari costretti a saltare 2.16 alla terza prova. Ammetto gufai, ma a poco servì.

Chiusi comunque, con orgoglio, al sesto posto, diploma d’onore olimpico e piazzamento che, ancora oggi, a 51 anni di distanza, nessun altro saltatore ha migliorato. Solo dopo, mi concessi a lui , al saltatore che , gergalmente, dicevano utilizzasse il salto del gambero”.

Quel che Giacomo non ha mai dimenticato

“Buffo forse, ma quello che ancora oggi rammento maggiormente, più che il suo scavalcamento dorsale, fu il suo modo di trasfigurarsi nel momento della concentrazione prima del salto. Le sue mani, il suo volto. Poi ovviamente la sua tecnica. Impressione di semplicità , di facilità di esecuzione rispetto il mio ventrale”.

Il racconto di Giacomo sfuma tra vari altri discorsi con le persone presenti al tavolo ma, nel guardare i suoi dolcissimi occhi azzurri,  mi immagino, a distanza di oltre mezzo secolo, il momento in cui il suo sguardo fu attratto da quanto voglio ricordarvi qui sotto.

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Fonte video: Cerchi di Gloria ( per tutti gli appassionati di Olimpiadi)