Donato Sabia (foto La Gazzetta Del Mezzogiorno)
Donato Sabia (foto La Gazzetta Del Mezzogiorno)
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Ricordare un atleta straordinario come Donato Sabia non è una cosa semplice anche perché, nella sua vita, è stato anche un eccezionale uomo amato e stimato da tutti per qualsiasi attività abbia svolto, fermo restando che il suo mondo, sino all’ultimo istante della sua vita, è stato l’Atletica Leggera.

Avremmo voluto chiedere di scrivere qualche riga a un nostro caro amico, il giornalista sportivo che maggiormente stimiamo per la sua bravura e competenza e che, già, onora il nostro quotidiano della sua presenza, Giorgio Cimbrico, ma come è giusto che sia, la stessa richiesta l’ha fatta il sito della FIDAL e allora riportiamo esattamente quanto apparso oggi su www.fidal.it perché, certamente, non si potrebbe scrivere di meglio.

Nelle immagini più recenti, viso e torso erano più tondi; non era cambiato il sorriso, specchio della sua gentilezza ma capace anche di lanciare raggi di determinazione. Donato Sabia era il “ragazzo dal piede leggero” che Karen Blixen evoca nell’elogio funebre del suo amato, era un campione che non ha avuto quanto avrebbe meritato, era un maestro di calligrafia, era un miracolo di fermezza e di determinazione anche quando gli irati flutti delle avversità minacciavano di sommergerlo.

Oggi, a poche ore dalla sua scomparsa, le immagini si mischiano in un caleidoscopio e solo provando a scrollarsi di dosso il dolore si può far ordine tra tutti quei sassi colorati per ricordare questo ragazzo della magnifica generazione del ’63, quella di Stefano Mei, di Pierfrancesco Pavoni, di Francesco Panetta che, a loro volta, in questo dolore, staranno radunando ricordi, emozioni, momenti vissuti al fianco di questo potentino biondo e tranquillo, quattrocentista per nascita, ottocentista per una logica, naturale, coraggiosa scelta: prolungare la velocità sino a trasportarla sin sul terreno di un mezzofondo appena accennato, terreno di scontri e di contatti che possono risultare aspri, di tattiche che prevedono frenate e improvvise accensioni.

Non resta che rivisitare il suo anno mirabile, il 1984. Comincia a Genova, a inizio febbraio, con singolari modalità: un traguardo intermedio ai 500 metri, un altro alle 600 yards, quello finale fissato ai 600. Donato fa incetta di record: uno italiano, uno europeo, uno mondiale dopo esser arrivato da Formia all’ultimo momento. È un test importante che gli regala sicurezza: meno di un mese dopo, allo Scandinavium di Goteborg, doma senza patemi una concorrenza non formidabile ed è campione europeo al coperto.

Quell’anno, per indisponibilità dell’Arena, la Pasqua dell’Atleta di Casa Riccardi viene ospitata a Busto Arsizio e Donato priva l’occhialuto tedesco Hartmut Weber del mondiale dei 500 (è il secondo italiano a conquistare il vertice in questa terra di nessuno dopo Ettore Tavernari), rischiando, per otto centesimi, di diventare il primo a violare la barriera del minuto. Quel 60:08 terrà duro un’eternità, quasi 29 anni, prima dell’assalto riuscito del cubano Orestes Rodriguez.

A Firenze, sulla pista (che non c’è più) dello stordente record del mondo di Sebastian Coe, Sabia va all’assalto di uno dei simboli cronometrici dell’atletica italiana, 1:43.7 di Marcello Fiasconaro, record mondiale dal ’73 al ’76. Chiude in 1:43.88 che rimarrà il suo vertice ed è tuttora il terzo tempo di sempre dopo l’acuto di March e l’1:43.74 di Andrea Longo, firmato a Rieti, nei pressi dei Giochi di Sydney. A Los Angeles mancano meno di due mesi.

Donato conquista la finale: l’ultimo azzurro era stato Carlo Grippo, nel ’76 con un’interpretazione da comparsa. È il ruolo che Sabia ha deciso di evitare in una gara che si sviluppa su due binari: il testa a testa tra Joaquim Carvalho Cruz e Sebastian Coe e la disputa delle altre posizioni, una di esse assegna il podio. Cruz offre un finale irresistibile, vince in 1:43.00, Coe deve rassegnarsi: due titoli olimpici nei 1500, nessuno nei “suoi” 800. L’americano Earl Jones è medaglia di bronzo. Donato è quinto, in 1:44.53 a ruota del maestoso Billy Konchellah. Steve Ovett, zoppicante e in piena rottura, è ultimo, distante.

Quattro anni dopo, in fondo a una lunga serie di infortuni, reduce dallo sciopero dei quattrocentisti agli Assoluti (per protesta contro la decisione del Coni di non inviare a Seul la 4×400), Donato offre il miracolo di una seconda finale. Questa volta vissuta con la rassegnazione di dover guardare da lontano, settimo, un altro epico duello: a cedere è Cruz davanti alle tumultuose falcate di Paul Ereng“.

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