Clarence
Clarence "Arnie" Robinson (foto world athletics)
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Molti di quelli che andavano ad allenarsi al campo di San Diego non sapevano bene chi fosse Clarence Robinson, per tutti Arnie.

Per molto tempo avevano visto quell’uomo trafficare con il sistema di cronometraggio elettronico e nessuno sapeva che l’aveva pagato di tasca propria, prelevando 35.000 dollari dai suoi risparmi.

Arnie se n’è andato l’altro giorno, aveva 72 anni e alle spalle aveva tre vite. La seconda venne dopo un terribile incidente automobilistico dal quale scampò, nel 2000; la terza la costruì, con coraggio e determinazione, dal 2005, resistendo agli assalti di un tumore al cervello.

La prima risale agli albori degli anni Settanta quando inizio la sua collezione di titoli americani nel salto in lungo – alla fine sarebbero stati sei – per trovare rapida collocazione tra i migliori specialisti al mondo.

Nel ’72 conquistò la selezione per i Giochi di Monaco di Baviera e riuscì a trovar posto sul podio, terzo con 8,03, nella gara che Randy Williams, che aveva appena toccato i 19 anni, vinse con 8,24 davanti al tedesco ovest Hans Baumgartner, sei centimetri indietro.

Randy, che non mancava di scendere in pedana con il suo Teddy the Bear, era atterrato in qualificazione a 8,34 ma l’exploit aveva lasciato qualche traccia nei suoi muscoli. Diede quel che aveva al primo salto a attese.

Quattro anni dopo, Arnie era cresciuto e ai Trials era stato capace di esprimersi sino a 8,37, sia pure con vento oltre la norma. A Montreal risolse già al primo salto: 8,35, proprio come il miglior balzo dei vecchi maestri Ralph Boston e Igor Ter Ovanesian prima che Bob Beamon disegnasse la sua infinita parabola messicana.

Quel giorno, il 29 luglio 1976, Arnie assegnò a Randy un distacco di 24 centimetri: a Monaco aveva ceduto per 21 e così poteva dire di aver saldato il conto a suo favore.

L’ultimo suo successo importante risale alla prima Coppa del Mondo, a Dusseldorf 1977. Il dominio dei lunghisti americani si sarebbe interrotto – per boicottaggio – a Mosca ’80 (ma il salto vincente di Lutz Dombrovski a 8,54 sarebbe stato un osso molto duro da rodere) per riprendere con il poker di Carl Lewis.

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