Vecchio Stadio Olimpico (foto archivio)
Vecchio Stadio Olimpico (foto archivio)
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Nel 1934 non c’ero, nel 1974 sì, nel 2024 vedremo. Di sicuro il vecchio Olimpico era meglio dello scatolone eretto per Italia ’90. Questioni di estetica e cumulo sedimentario di ricordi sono alla base del mio giudizio

Se faccio riaffiorare quei giorni lontani quasi mezzo secolo, provo ancora addosso un caldo umido degno del sudest asiatico: serve a introdurre una delle più grandi prestazioni di quell’edizione.

In quel clima bestiale, da respirazione con le branchie, Brendan Foster corse e vinse i 5000 in 13’17″2. Il record del mondo era 13’13″0 di Emiel Puttemans. Tra i battuti (terzo a sette secondi), Lasse Viren.

Recentemente la Regina ha nominato Brendan cavaliere per quello che ha fatto in pista, spaziando dai 1500 ai 10000 e centrando, ultimo europeo, il record mondiale dei 3000, e fuori, una delle anime della Great North Run che, in Gran Bretagna, è sia uno dei più grandi raduni di massa, sia un appuntamento di assoluta elite.

Stiamo parlando di un’altra epoca: gli Europei erano, dopo l’Olimpiade, il più grande avvenimento proposto dal calendario e la nobile scadenza quadriennale, che ha tenuto duro sino al 2010, aggiungeva prestigio.

E così, con una visione ancora molto europacentrica, i campionati richiamavano un grande pubblico.

A Roma i finlandesi calarono in massa, guidati da un capo tifoso speciale, Juha Vaatinen, l’eroe di tre anni prima a Helsinki, l’inventore dei 10000 “divertenti”.

Anche i britannici erano tanti, così come gli italiani che non mancarono, almeno per una frangia locale, di mettere in mostra maleducazione e becerume: i fischi riservati a Rosemarie Witschas e Milada Karbanova non impedirono alla tedesca dell’est di portare il record del mondo a 1,95 e alla cecoslovacca di metter le mani sul secondo posto, a 1,91.

Sara Simeoni che aveva tentato di frenare e fermare quelle urla, quegli schiamazzi, scavalcò 1,89 e finì terza. La prima tappa.

Come si dice e si scrive in questi casi, tutto il resto in pillole: Mennea perde i 100 da Borzov che, in mano, ha una coppia ma ha anche il volto di pietra che incute rispetto, vince i 200 (la sua prima corona) ed è l’ultima “gamba” della 4×100 (Guerini-Oliosi Benedetti) che cede, per due decimi, solo alla Francia.

Pippo Cindolo, con quel volto grifagno, inventa un podio dei 10000 che nessuno attendeva.

Prima di dichiarare la resa, Marcello Fiasconaro corre un primo giro all’insegna del coraggio, all’inseguimento di una meta impossibile da segnare, e nella seconda parte, dietro il croato Luciano Susanj, fa il suo ingresso in scena un giovane inglese dalla rada barbetta, Steve Ovett.

Riitta Salin corre i 400 in 50″14, rubricato come record del mondo, sullo stesso piano del 49″9 di Irena Szewinska che all’Olimpico si diverte a demolire su 100 e 200 la robusta ddr Renate Stecher.

Ruth Fuchs firma firma, con 67,22, il terzo dei suoi sei record mondiali di giavellotto.

Il vecchio ucraino Vladimir Golubnichi provoca un’onda di commozione: aveva vinto la 20 km olimpica del ’60 e quattordici anni dopo è puntuale all’appuntamento romano.

Viktor Saneev rimbalza a 17,23 nel triplo, 55 centimetri di margine sul secondo, e nella lotta tra chi scava divari profondi, ha la meglio su Guy Drut, campione sugli ostacoli alti con 27 centesimi di margine.

Nel medagliere finale, Ddr a quota 27 (con dieci successi), Urss a 17, con 9 ori, Italia ottava a 4: 1-2-2.

Uno sguardo in avanti. L’atletica deve cambiare: è uno dei motivi suonati da lord Sebastian Coe.

Strade, piazze, stazioni, tutto può andar bene per essere visibili, per essere al passo. Sento parlare di Colosseo e di Terme di Caracalla e devo dire che, in realtà, non c’è niente di nuovo sotto il sole: sessant’anni fa, per i Giochi, venne usata quella grandiosa “spa” imperiale, così come la basilica di Massenzio e l’arrivo della maratona non venne fissato allo stadio ma sotto l’arco di Costantino.

In ogni caso, la reinvenzione dell’acqua calda è sempre gradita.

 

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