Joao de Oliveira (foto Olimpiada Todo Dia)
Joao de Oliveira (foto Olimpiada Todo Dia)
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Il giorno più buio fu un 25 luglio, quello del 1980, dentro uno stadio Lenin molto diverso dall’aspetto che ha assunto in questi anni di travolgente cambiamento che hanno imperversato sul vecchio Impero e sulla sua capitale: Joao de Oliveira saltò un paio di volte attorno ai 18 metri, forse oltre. Nullo e nullo.

Chi conosce il triplo e ama i triplisti, sa quanto sappiano “pensare” con i piedi – non lo fanno solo i calciatori, come pensava Osvaldo Soriano – e realizzino, appena atterrati, sin dove hanno saputo spingersi.

L’entusiasmo di Joao – occhi spiritati, braccia scagliate verso il cielo – erano pesanti indizi, molto simili a prove.

Ma nel paese in cui sventolava ancora la bandiera rossa con la falce e il martello, quel giorno le bandierine rosse fioccarono spietate e, usando una rozza allegoria, i due attrezzi tagliarono e pestarono senza pietà: dei dodici salti concessi a Joao e all’australiano Ian Campbell nove furono giudicati illegali.

Qualche anno dopo, Harry Seinberg, allenatore dell’estone-sovietico Jaak Uudmae, che negò a Viktor Saneyev, abkazio-sovietico, la quarta medaglia d’oro di fila (Al Oerter avrebbe mantenuto quel poker sino al ’96, quarto asso pescato da Carl Lewis), ammise che la fregatura ai danni del brasiliano era stata confezionata, ma quando si trattò di rendere una compiuta e formale testimonianza davanti a un giurì del Cio fece marcia indietro.

Quella vittoria negata divenne una croce, sempre più pesante da portare quando altri fulmini si sarebbero abbattuti su Joao do Pulo, Joao del salto: quell’affettuoso soprannome divenne anche il titolo di una canzone che Aldir Blanc e Joao Bosco dedicarono a uno dei più sfortunati campioni della storia dello sport.

Poco più di un anno dopo i Giochi di Mosca, i voli di Joao vennero interrotti per sempre: la gamba destra, maciullata in un terribile incidente stradale, gli venne amputata.

E quell’effetto notte iniziato al Lenin si trasformò in una tenebra passata nelle ristrettezze (viveva con una piccola pensione da tenente in congedo) e nell’alcol, sino alla morte, a 45 anni.

Al termine di un’infanzia e di un’adolescenza di miseria (già a sette anni guadagnava qualche cruzeiro lavando macchine), la gioventù gli aveva regalato giorni di luce e il più abbagliante era venuto nello stesso luogo del miracolo del primo grande brasiliano.

Ai Panamericani del ’55 Adhemar da Silva aveva saputo approfittare delle formidabili condizioni concesse dai 2248 metri di altitudine di Città del Messico spazzando via il record mondiale del sovietico Leonid Sherbakov: 33 centimetri in un colpo, da 16,23 a 16,56.

Vent’anni dopo – all’Olimpco e non all’Estadio Universitario, teatro dell’impresa di Adhemar -stessa corona in palio, Joao do Pulo fece meglio: il limite fissato da Saneyev nella natia Sukhumi, 17,44, venne polverizzato, allungato di 45 centimetri, sino al 17,89 che apriva l’assalto a un altro muro, quello dei 18 metri.

La misura venne ottenuta al secondo salto, dopo un nullo, seguita da una rinuncia, da un altro nullo e da un paio di altre decisioni di non scendere in pedana: il mostruoso exploit lo aveva svuotato.

Quel rimbalzare gli assegna tuttora, dopo oltre quarant’anni, un posto tra i migliori quindici di sempre.

Come record brasiliano, il 17,89 ha tenuto trentadue anni, ritoccato di un centimetro da Jadel Gregorio, il gigante che iniziava la rincorsa con un alto bramito, allenato da chi, Pedro Henrique de Toledo, per tutti Pedrao, aveva sbozzato la materia nobile di cui era fatto Joao do Pulo.

A parte quell’attimo fuggente messicano, la fortuna non gli fu mai al fianco: a Montreal ’76 andò reduce da un’operazione al polpaccio e volle scendere in pedana anche nel lungo rimediando il quinto posto.

Il giorno dopo, non seppe spingersi più in là di 16,90 e finì terzo, alle spalle di Saneyev e di James Butts.

La sua seconda avventura olimpica finì con lo stesso metallo e con una tristezza da bossa nova che lo avrebbe attanagliato sino alla fine.

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