John Baxter Taylor (foto archivio storico)
John Baxter Taylor (foto archivio storico)
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In quel tempo lontano, il bastone (o testimone, come lo chiamimo noi), non esisteva. Capitava più o meno come, tuttora, nelle staffette di sci nordico: un tocco sulla spalla del compagno per metterlo in azione.

La staffetta del miglio, inserita per la prima volta nel programma olimpico a Londra 1908, aveva un diverso formato: due frazioni di 200 metri, una di 400, una, l’ultima, di 800. Il titolo andò agli Usa (tre secondi sulla Germania ancora guglielmina) che potevano contare su Melvin Sheppard: quattro giorni prima, il 21 luglio, era diventato campione degli 800 davanti a Emilio Lunghi.

Ma chi lanciò Sheppard a Sheperd’s Bush (un giochetto di parole di gusto britannico…), il quartiere londinese in cui sorgeva lo stadio di White City? I 400 erano toccati in sorte a John Baxter Taylor (data di nascita, 3 novembre 1882), il primo afroamericano a conquistare la medaglia d’oro olimpica.

Taylor corse la frazione in un tempo stimato in 49.8. Era nato a Washington da una famiglia di “liberi” che si erano spostati in Pennsylvania, aveva studiato prima alla Brown Preparatory School e poi si era laureato in Medicina e Veterinaria all’Università della Pennsylvania ed era stato accolto dal più prestigioso club dell’epoca, l’Irish Athletics di New York, di cui fece parte anche Lunghi durante le sue avventure americane e canadesi.

Il miglior negro in circolazione”, scrivevano di lui i giornali quando il termine era ancora disinvoltamente usato e destinato a tener duro a lungo. Per la sua università aveva vinto due volte il titolo Intercollegiate delle 440 yards.

La squadra che vinse il titolo a Londra era una Pennsylvania All Stars: i duecentisti William Hamilton e Nate Cartnell appartenevano all’ateneo di Philadelphia e Sheppard aveva studiato alla scuola preparatoria frequentata da John che, tre giorni prima, si era trovato impelagato in uno dei più accesi conflitti della storia olimpica, una replica, in scala ridotta, della guerra tra britannici e “coloniali” americani.

Il casus belli fu la finale dei 400: l’avevano conquistata tre americani – Taylor, William Robbins e John Carpenter – e Wyndham Halswelle, scozzese che, giovanissimo, si era segnalato per valore nella guerra Anglo-Boera nella Highland Light infantry e in pista per la sua raffica di successi ai campionati del suo piccolo paese: neppure il leggendario Eric Liddell seppe vincere 100, 220, 440 e 880 yards in un pomeriggio.

Temendo il gioco di squadra dei Curiazi americani contro il solitario Orazio britannico, i giudici (di casa) furono disseminati ogni venti metri creando un clima di attesa e di sospetto.

A Robbins toccò tener alta l’andatura prima che Carpenter e Halswelle lo passassero a metà gara. Taylor seguiva la coppia di testa. A questo punto lo scozzese provò a passare all’esterno, venne ostacolato da Carpenter, uno dei giudici tuonò “Fallo” e un altro paio corse a rimuovere il filo di lana.

No race, gara annullata e mezz’ora di parapiglia. A Taylor toccò essere preso di peso e trasportato fuori pista.

La decisione venne di lì a poco. La finale sarebbe stata ripetuta tre giorni dopo. Gli americani si rifiutarono di interpretare il remake e Halswelle, caso unico nella storia olimpica, diventò campione olimpico in fondo a una gara solitaria, chiusa in 50”0. Ritenne la vittoria così amara da lasciare l’atletica e dedicarsi alla carriera militare.

Il finale di partita fu tragico per entrambi. Taylor morì di tifo quattro mesi dopo, a 26 anni, quando stava per aprire il suo studio medico; Halswelle cadde colpito da un cecchino nel marzo del 1915 a Neuve Chapelle, Fronte Occidentale.

Staffetta statunitense miglio Olimpiadi 1908 (foto archivio storico)
Staffetta statunitense miglio Olimpiadi 1908 (foto archivio storico)

 

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