Manifesto film
Manifesto film "Race il colore della vittoria"
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I film che parlano di atletica non sono tanti e in genere sono molto diversi da certe miserelle fiction italiane su pagine dello sport (Pietri, Coppi, Bartali, Mennea) che, date in mano a un inglese o a un americano, vi avrebbero fatto piangere, ridere, commuovere e via con tutto il repertorio concesso.

In realtà anche a loro non tutte le ciambelle riescono con il buco: l’ancor fresco film su Jesse Owens ne è una prova. E possiamo pure prendere il via con “Race”:

Omissis sullo stile di corsa del canadese Stephan James e, per clemenza, omissis anche sulla traduzione delle didascalie (le 200 yards non esistono, così come non esistono le 225 yards ad ostacoli) e su quella pedana del lungo dell’Olympiastadion, assai corta ma larga come una strada a due corsie, non il regolamentare 1,22, dilatabile sino a 1,25.

Questi, naturalmente, sono particolari che possono esser colti dallo specialista, che di solito è anche un tipo noioso.

E’ il clima generale che è falso, così come i fondali ricreati in vitro o inverosimili. Avery Brundage (Jeremy Irons) va a Berlino per capire quale sia la situazione della Germania e durante il suo tragitto in Mercedes scoperta può assistere alla deportazione di ebrei, scagliati nei camion, così come i loro mobili vengono buttati giù dalle finestre dalle SS.

Ma Berlino non doveva dare l’impressione di una città felice? Ed è sempre Brundage, dalle indubitabili simpatie per il Nuovo Ordine, a far piovere una nuvola d’ira all’indirizzo di Joseph Goebbels: “O Hitler si congratula con tutti o non si congratula con nessuno.

L‘intervento fu del conte Henri de Baillet-Latour, al tempo presidente del Cio.

C’è anche una fatina buona – Leni Riefenstahl – che sa mettere al suo posto anche Goebbels dallo sguardo perennemente vitreo, c’è l’amicizia con Lutz Long (una didascalia spiega che venne punito con l’arruolamento nella Wehrmacht: sic…), c’è, sempre a proposito di sciagurati contributi in sovraimpressione, che il presidente degli Stai Uniti – Franklyn Delano Roosevelt – non riconobbe mai le 4 medaglie di Jesse.

Sarebbe stato meglio dire che Owens non venne premiato come atleta americano del 1936: new deal o no, era nero e l’onore toccò al decathleta Glen Morris che aveva avuto una bruciante storia con la citata fatina, più conosciuta come musa del Fuhrer.

Il pubblico bacio delle tette di Leni, di fronte ai 100.000, ne fu la prova documentale.

E’ un film noioso perché quel che di bello Owens seppe offrire, si riduce a pochi fotogrammi raffazzonati.

Il resto si riduce a una discussione sul razzismo americano, a una retorica propagandistica: “se tu non gareggi, i nazisti conquisteranno altre medaglie“.

La scena più bella è l’ultima, quando Jesse e sua moglie devono entrare nell’hotel, dove è in programma la cena in suo onore, dalla porta di servizio, salendo con un montacarichi.

E ora via con la retrospettiva che inizia risalendo al 1951 quando Michael Curtiz – sì, proprio lui, il regista di Casablanca – gira “Jim Thorpe All American” (titolo italiano, vagamente razzista, “Pelle di Rame”) servendosi della consulenza del più famoso squalificato e riabilitato della storia dello sport olimpico.

Quel che Jim guadagna durante la lavorazione e una piccola percentuale sugli incassi gli serviranno per tirare avanti.

Sullo schermo Thorpe è Burt Lancaster che aveva un passato sportivo – ginnasta e acrobata -, aveva un gran fisico e così se la cava benissimo in pista, in pedana, da giocatore di baseball e di football, che a quei tempi, non si sa perché, da noi veniva tradotto con rugby.

La corsa diventa un gesto, si trasforma in un simbolo in “La solitudine del maratoneta” (titolo originale “The Loneliness of the long distance runner”, non la stessa cosa) che è del ’62 e prevede l’arrivo in scena di pezzi grossi.

L’autore del racconto è Alan Sillitoe, il regista è Tony Richardson, due tra i più Arrabbiati di quegli anni britannici di gioventù, amore e, appunto, rabbia.

Il maratoneta, che in realtà pratica la corsa campestre nella squadra di un riformatorio dell’Essex, è Tom Courtenay, viso sofferente, febbrile, disperato. Vincere può essere un riscatto?

Bene, allora lui non vince. Bianco e nero livido, da notti e nebbie. E’ più o meno lo stesso cromatismo – e lo stesso clima – che si può respirare in “Io sono un campione” (vero titolo “The Sporting Life”, dal romanzo di David Storey), con un giovane Richard Harris, desolato eroe della rugby league.

Meno di vent’anni dopo “Momenti di Gloria” (“Chariots of Fire”, da un verso di William Blake che figura anche nell’inno Jerusalem) si colloca agli opposti. Curatissimo (la costumista italiana Milena Canonero conquista, dopo quello per “Barry Lindon” di Stanley Kubrick, il suo secondo Oscar), levigato, con una colonna sonora indimenticabile (Vangelis), porta a Hugh Hudson, il regista, il premio dell’Accademia di Los Angeles come miglior film.

Dato per scontato che chiunque si interessi di atletica lo abbia visto, non è il caso di dilungarsi se non per ricordare che, dopo quell’enorme successo, Ben Cross (Harold Abrahams) non ha avuto grande fortuna e Ian Charleson (Eric Liddell) è morto di Aids a 40 anni mentre stava recitando Amleto.

E andata molto meglio a Ian Holm (Sam Mussabini), Bilbo Baggins nel Signore negli Anelli e a 83 anni ancora sulla breccia.

Due anni dopo, nell’83, D.S Everett decide di girare “Running Brave”, la storia della clamorosa vittoria di Billy Mills nei 10000 di Tokyo ’64.

Non è mai arrivato in Italia ma Mills, ovviamente chiamato a dare una mano, sostiene che il risultato è buono. Sullo schermo Billy è Charles Benson e nel cast si ritaglia una parte Graham Greene, pellerossa doc.

In “Balla con i Lupi”, è Uccello Scalciante, l’amico di John Dunbar, vale a dire Kevin Costner che di film sportivi ne ha girati parecchi, ma sul baseball e il ciclismo.

Poco più di cinquant’anni dopo quello che venne definito il Miglio del Miracolo, la prima discesa sotto i 4’ ad opera di Roger Bannister, Charles Beeson girò “Four Minutes”, affidò la parte di sir Roger a Jamie Maclachlan e quella del’allenatore a una delle istituzioni del teatro e del cinema britannico, Christopher Plummer.

Qualche licenza narrativa – proprio come fece Hudson in “Momenti di Gloria”, facendo infuriare Lord Burghley, marchese di Exeter – ma anche un prodotto solido, godibile per chi ama quell’impresa e si commuove davanti alla foto dell’arrivo, molo simile a un quadro storico.

Un pizzico di atletica anche nel commovente film di Peter Weir (Truman Show, L’Attimo Fuggente, Master and Commander) sulla tragica impresa di Gallipoli, quando – 1915 – gli Alleati provarono uno sbarco che doveva portarli a conquistare Costantinopoli e a mettere in ginocchio l’Impero Ottomano.

Fu un disastro e a pagarne le più spaventose conseguenze toccò al corpo di spedizione australiano e neozelandese, l’Anzac.

“Gallipoli” è la storia di quell’insensato macello organizzato da un quarantenne Winston Churchill, primo Lord dell’Ammiragliato, ed è anche la vicenda di due giovani australiani (Mel Gibson e Mark Lee) che corrono le 100 yards sull’erba in quella lega di professionisti che non si vergognavano di raccattar qualche ghinea facendo vorticare le gambe nelle fiere paesane. Finiscono portaordini su quelle balze turche, in quelle raffiche.

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