Foto archivio storico
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Domandate a chi segue l’atletica da lontano, con una certa superficialità, quali sono i templi, dove sono. La risposta sarà Zurigo, Oslo e qualcuno si spingerà forse sino a Berlino. Se ha una certa età, citerà Mexico City.

Ma chi è vecchio d’amore e di mestiere ha ben altro da suggerire per la compilazione di un atlante, non immaginario come il manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges.

Sono i nomi che all’appassionato, incline a escursioni simili al Grand Tour che portava i responsabili e colti turisti di una volta a visitare le antichità classiche, risvegliano dolci ricordi e bramiti tipici di un cervo in amore.

Non è facile decidere da dove cominciare, forse dalle piste che non raggiungevano i 400 metri di Koupio e di Stara Boleslav dove Paavo Nurmi e Emil Zatopek diedero assalti storici ai 10000 e all’ora centrando naturalmente gli obiettivi.

O da Ann Arbor, Michigan che da poco ha superato gli 85 anni dal prodigio di Jesse Owens dal suo giorno dei giorni, il 25 maggio 1935: sei record battuti o eguagliati in 45’. Quello del lungo, 8,13, resse un quarto di secolo e la pedana assomigliava a un viottolo di campagna.

Ogni località ha il suo menù: a Goetzis, Austria, sono le prove multiple, trasformate in fede e in happening e dove, visto che ogni tanto al mondo c’è giustizia, arrivò il primo più 9.000 della storia, a cura di Roman Sebrle: a Tatabanya e a Szombathely, Ungheria, il disco e il martello; a Eberstadt e Arnstadt, Germania, il salto in alto; a Leselidze, Adler e Sochi, ex Unione Sovietica, tenevano banco martellate, specie in formato invernale, quando il resto della Grande Madre, della Rodina era sotto la neve o assediata dal ghiaccio.

Viipuri, Kourtane e Tampere erano i posti buoni per far veleggiare il giavellotto, il keihas in finnico. Eugene, Oregon, era la new wave del mezzofondo. Go Pre, prima di un tragico addio. E a Wanganui, bel nome maori, nei Gardens intitolati al capitano Cook, Peter Snell strappò il record del mondo del miglio a Herb Elliott.

Quando non c’era internet e, come diceva Hemingway, eravamo molto poveri e molto felici, la frenetica ricerca dei risultati che i giornali sportivi pubblicavano in lunghe colonne in “piccolo corpo” si trasformava in una collezione di territori dove suonavano i tamburi lontani di risultati che provocavano la pelle d’oca, l’incredulità, la commozione persino.

E nella nostra ingenuità ci chiedevamo perché i discoboli americani si dessero appuntamento a Walnut, ad Antelope Valley, a Modesto.

Per la stessa ragione per cui i Ddr, più tardi, presero ad andare a Neubrandenburg, dove un costante vento contrario faceva navigare il disco rotante, trasformandolo in un piccolo Ufo.

E’ un viaggio che assomiglia a un film, con i fotogrammi che si inseguono, con le sovraimpressioni che rafficano: Nitra e Yerevan, Des Moines e Krasnodar, Papendal e Eldoret, Olsztyn e Karl Marx Stadt (che non esiste più, ora si chiama Chemnitz), Cali e Echo Summit, i posti dove il genio dell’atletica è passato almeno una volta lasciando il suo segno, trascinando di fronte a una carta geografica per capire da dove venisse quel baleno.

Un altro motivo per esser grati: oltre alla storia, all’antropologia, alla fisiologia, con l’atletica si finisce anche per diventare esperti geografi. E forse anche un po’ esploratori.

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