Al Oerter (foto sporting-heroes.net)
Al Oerter (foto sporting-heroes.net)
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Sta prendendo il via un anno olimpico Niente di meglio che iniziarlo ricordando chi ai Giochi ha dato molto ricevendone in cambio una gloria di oro non placcato.

Dopo quello di Mirone, pochi altri discoboli: uno è Al Oerter, morto a 71 anni al caldo di Fort Myers, Florida. I vecchi in America sono come i rondoni, fanno sempre rotta verso sud. L’ha fregato il cuore: “Sempre avuto la pressione alta, io”.

La faceva venire anche agli avversari. Appartiene alla storia e naturalmente era stato ammesso alla Hall of Fame: non era l’Invincibile ma aveva saputo vincere quando ce n’era bisogno, quattro volte di seguito alle Olimpiadi.

Solo Carl Lewis seppe fare altrettanto nel lungo e quella sera ad Atlanta abbandonò il distacco regale per piangere. Poker, si scrive in questi casi, dando un’idea miserevole: quattro carte uguali sono sempre un regalo della sorte.

Qui, niente fortuna e mai un bluff: il trascorrere del tempo, il mutare degli avversari, la cura del gesto, della propria persona, il tener la mente sveglia e acuminata di ambizione.

Non c’è peggior nemico di un muscolo smagliato, di una schiena che scricchiola, di un desiderio non più furente. Oerter, nei suoi lunghi anni, seppe sconfiggere, oltre a una schiera di pretendenti, anche questa concorrenza.

Una vecchia immagine: in morte di Al, nel 2007, il New York Times l’ha riesumata: lui lancia, senza esser chiuso in una gabbia, nello sterminato stadio olimpico di Melbourne, e l’architettura parla di tempo perduto e lontano: tettoie basse, ambiente da cricket.

Che razza di bowler, di lanciatore, sarebbe stato l’uomo dal braccio d’oro. Il favorito (naturalmente battuto) era Fortune Gordien, già avversario di Adolfo Consolini, un altro elemento nel meccanismo di saldatura di epoche diverse.

Oerter era sulla copertina del primo annuario Atfs, gli entusiasti statistici che riuscivano a rimanere in costante e fruttuoso contatto, anche senza la rete di internet: era quello del ’68, quarta medaglia a Mexico City.

Tutto era cambiato (questa volta il più vicino degli sconfitti era un omaccione in canottiera blu bordata di bianco, Lothar Milde della Ddr; il più deluso, Jay Silvester che sull’altopiano si era presentato con un fresco mondiale portato a 68,40) e Al rimaneva saldo e forte come la Rocca di Gibilterra mentre tutto veniva sottoposto al vento della rivoluzione, della fantasia al potere, in un ’68 di sangue e tartan, altura e comete impazzite.

Lui era l’uomo a una sola dimensione, non mollava lo scettro, piazzava la botta giusta al momento giusto e scatenava, nei suiveurs lontani, un sorriso di compiacimento e il desiderio di accostarlo al Vecchio quando, prima di andare sul suo mare amato e odiato alla caccia del pesce più grande, parlava di Joe Di Maggio: Joe aveva sempre la palla giusta, Al aveva il disco.

E così, quando se n’è andato, non è rimasto che andare ad aprire un vecchio album dove vengono ficcati i memorabilia raccolti in anni di pellegrinaggio, per trovare il menù dell’Athletic Gala del ’99, listato a lutto per la morte fresca di Primo Nebiolo.

Sul retro le firme di Francina Blankers Koen, Jolanda Balas, Al Oerter che cenavano a un palmo ed era impensabile non importunare: su un pezzo di cartoncino avorio, assieme alla firme, i fotogrammi da rivedere alla moviola della memoria, le storie, le glorie, le medaglie, i record mondiali innumerevoli (a palmi, più di trenta), le imbattibilità, le supremazie, le belle estati.

Neppure più Jolanda, il fenicottero d’Ungheria che la storia rese romena, è ancora in vita.

In quella sera monegasca, Al apparve per come lo avevamo immaginato da lontano, il buon americano, cordiale, dalla testa grande, i capelli ben ravviati, forse fissati con una spruzzata di lacca, il petto a muraglia, la camicia dello smoking tirata allo spasimo, pronto alla pacca sulla spalla, alla risata tonante.

Era reduce dai primi problemi cardiaci e i medici gli avevano consigliato un trapianto ma lui aveva declinato: “Mi curerò e smetterò di sollevare pesi”. “Ma qualche mese dopo – raccontò poi la moglie Cathy – era già in palestra a collezionare quintali”. I rimasugli del tempo erano dedicati alla pittura astratta: con tutto l’affetto, come discobolo era molto meglio.

Harold Connolly, il martellista che in piena Guerra Fredda ebbe il suo momento di notorietà più che per la sua vittoria olimpica e i record mondiali per il matrimonio con una donna (la discobola Olga Fikotova) che veniva di là della Cortina di Ferro, lo ricordava così:

“Secondo molti, Al è stato il più grande interprete del secolo nei concorsi (in italiano non suona tanto bene: greatest field event atlete of the century è meglio, indica quella parte dell’atletica che si svolge sul prato). Era nervoso prima della gara, non riusciva a mangiare e le mani gli tremavano, ma non appena si cominciava a lanciare, la calma, come un incantesimo, calava su di lui. Gli avversari avvertivano questo fenomeno e ne erano intimiditi. Lo guardavano ed erano spaventati per quello che Al avrebbe potuto fare”.

Andò così a Melbourne e quattro anni dopo a Roma, quando lasciò a un metro abbondante Rink Babka, naturalmente il favorito. Poteva non andare così a Tokyo ’64: sei giorni prima della gara, in allenamento, scivolò in pedana procurandosi un danno alla cartilagine di una costola, sul fianco destro, giusto quello da cui partivano le bordate.

L’accidente andava ad aggiungersi a una discopatia cronica, frutto di un incidente stradale del ’57 che avrebbe potuto risultare fatale. I medici della squadra americana scossero il capo: “Dimenticati l’Olimpiade: dovrai star fermo per sei settimane”. “Qui siamo ai Giochi – rispose Al – si muore ma non si molla”.

E venne il terzo titolo, conquistato con il margine più piccolo: 61 metri esatti lui (“quel che ho, devo darlo subito”, ma in realtà il lancio vincente venne al quinto turno), 60,52 Ludwig Danek, il fabbro boemo che sotto la canottiera portava sempre quella che Paolo Rosi chiamava la maglia della salute a maniche lunghe.

Erano, quelli, gli anni in cui aveva strappato un posto tra i primatisti mondiali, un interludio iniziato nel maggio del ’62 e proseguito, a parte una breve apparizione del sovietico Vladimir Trusenyov, sino all’aprile del ’64, con un picco di 62,94 a Walnut, California. Ma esser re delle cifre non fece mai vibrar le sue corde. Aveva altri interessi.

Un percorso interminabile, iniziato come improbabile velocista e aspirante migliarolo alla high school di Sewanhaka, stato di New York: Al era di Astoria, appena oltre Queens. Il caso, nella vita, è tutto: un giorno rilanciò un disco che gli era arrivato tra i piedi e l’allenatore decise che il ragazzo aveva un futuro in pedana, non in pista.

Vide lunghissimo: il record scolastico Usa gli spianò la strada per meritare una borsa di studio all’Università del Kansas dove divenne compagno di corso di Wilt Chamberlain, destinato a diventare stella (abbagliante e mai spenta) dell’Nba. Era il ’55 e mancava un anno appena al primo oro olimpico, conquistato appena al di là dell’adolescenza.

Il suo periodo d’oro si sarebbe allungato sino al ’68, l’anno del quarto asso ma anche quello del primo ritiro, per i dolori al collo e alla schiena che erano diventati tormento consueto. Ma come un Ulisse che si libera dagli stracci del mendico per tornare a mostrare la sua antica forza, Al decise che il suo braccio aveva ancora qualcosa da dire anche dopo 33.000 lanci.

E così si mise in testa che un altro muro (quello dei 70 metri, nel frattempo violato da Mac Wilkins e da Wolfgang Schmidt (che pareva un Robert Redford XXL) non avrebbe potuto resistergli. Lo respinse per qualcosa più di mezzo metro, ma quella misura firmata a Wichita, 69,46, figura al secondo posto nella lista mondale del 1980 quando i 44 anni non erano lontani.

Il boicottaggio americano ai Giochi di Mosca non lo straziò: ai Trials, ugualmente disputati anche se i venti di non partecipazione americana spiravano già violenti, era finito quarto. Quel giorno, a Eugene, il pubblico gli riservò un homenaje degno di un grande torero, cinque minuti di applausi. “Mai capitato niente di simile”, si commosse.

Ancora un ritiro, ancora un rientro, prima delle Olimpiadi di Los Angeles ’84. Tradito ancora da un infortunio, dopo aver raggiunto la finale delle selezioni, e costretto ad alzare bandiera bianca: Oerter, tre rinunce, è scritto sul suo ultimo foglio gara.

In realtà quella mano continuò ad allargarsi sul disco, a spedirlo verso il cielo. Quando soppesò quello per le gare dei veterani disse che gli sembrava leggero e sottile come una patatina chip.

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