Venanzio Ortis (foto archivio)
Venanzio Ortis (foto archivio)
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Controllare sui lunari: di San Venanzio ce ne sono stati sette, abati, vescovi e martiri; di Venanzio (Ortis) uno solo.

Parlando di Ortis – che è arrivato ai 65 anni e proprio non si direbbe, c’è un aggettivo che incalza: calligrafico. Belli e eleganti il giro di gambe, l’assetto di corsa, l’azione delle spalle, lo sguardo, il viso, aspetti che lo rendono il più affascinante e coinvolgente tra i mezzofondisti azzurri di quest’ultimo mezzo secolo.

Nel giudizio, affiancato da molte stelle, può esser coinvolto anche il suo non grato destino: prima dei 30 anni, tormentato dagli infortuni, venne costretto alla resa. Ma le pagine che ha lasciato sono preziose come un manoscritto o la prima edizione di un capolavoro. E il rimpianto può venir debellato dalla consolazione di averlo visto in azione.

“Venanzio Ortis”, un nome e un cognome gridati così, all’improvviso, scaldarono la sera fredda sulle collina praghese di Strahov. Li lanciò Paolo Rosi quando il furlan infilò e infilzò Ryffel e Fedotkin e divenne campione europeo dei 5000.

Fu l’inizio della collezione imponente di una famiglia vasta: quella dei cugini primi Manuela e Giorgio Di Centa è impressionante ma anche Venanzio ci ha messo del suo.

Per un carnico è normale iniziare con lo sci di fondo e Venanzio inizia così. Hanno le loro tradizioni, i loro momenti in cui stare assieme in allegria (dopo la vittoria nella 50 km olimpica a Pragelato, Giorgio raccontò delle sfide con i carri carichi di tronchi) e scivolare sulla neve fa parte di questi ritmi e riti.

Il ’78 fu la stagione della sua felicità: dopo il record italiano dei 5000 a Zurigo, la tappa successiva prevedeva un viaggio nella Praga magica e alchemica per Europei che si sarebbero trasformati in una mirabile vigna azzurra coltivata da lui, da Sara, da Pietro. Venanzio iniziò sui 10000 finendo alle spalle, in un mirabile record italiano portato a 27’31”48, del fenicottero finnico Martti Vainio, destinato ad andare incontro a un triste e imbarazzante finale di partita, e cinque giorni dopo – il 2 settembre – corse la finale dei 5000 che può essere riassunta in quel grido improvviso e strozzato del più sobrio dei commentatori.

Per la vittoria e per la corona non c’era dubbio che la lotta fosse ristretta tra lo svizzero Markus Ryffel e il biondo-stoppa sovietico Aleksandr Fedotkin che si proiettarono in un testa a testa, in uno spalla a spalla che quel buonanima di Paolo sottolineò rafficando i nomi dei due in un Ryffel-Fedotkin che martellò l’ultima curva e il rettilineo finale.

Dall’ultima inquadratura in campo lungo, Venanzio appariva lontano: si materializzò all’improvviso, al largo, andando in caccia e spedendo nel carniere i due che continuavano a battagliare sul filo dei centimetri, in un equilibrio tale da costringere i giudici ad assegnare due medaglie d’argento.

L’altra, quella pesante, era di Nanto. L’Europa non era ancora stata sommersa dall’onda degli africani e sapeva esprimere interpreti formidabili.

Venanzio aveva 23 anni e mezzo e il destino non gli sorrise: riuscì a portare il record italiano sotto i 13’20”, seppe offrire un breve, brillante ritorno nel selvaggio e affascinante 10000 della Coppa del Mondo ‘81 e si arrese a 28 anni.

Rimane l’uomo della collina di Praga, non lontano da dove l’imperatore aveva radunato i più potenti maghi d’Europa per trasformare il piombo in oro. Non ci riuscirono. Venanzio, sì. Il nostro grazie va avanti da quella sera.

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