Foto greenreport.it
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Ultimamente in televisione, sul giornale, sui social, si parla soprattutto di politica, di economia e finanze, sanità… tutte tematiche indubbiamente importanti, centrali in quella che è la realtà che stiamo vivendo oggi.

Ma c’è un problema: non tutti abbiamo le competenze, né le conoscenze, per parlare di questi mondi.

Questo non significa che non possiamo farlo, certo, ma così facendo si incorre in un terribile rischio: quello di cadere in polemiche inutili e alimentare di conseguenza quella nuvola di negatività che ci sta avvolgendo da un paio di mesi a questa parte.

Sì, perché questo virus è da tempo il primo dei nostri problemi, ma nella direzione in cui stiamo andando rischiamo davvero di diventare noi il problema. E un problema di non facile soluzione.

Si sente spesso dire “una volta usciti, niente sarà più come prima”, il più delle volte con accezione negativa. Difficile pensare positivo, in effetti: con una dramma come questo, il pensiero va inevitabilmente a quanto si ha perso, a quanto si sta perdendo, più che a quello che si può trarre.

E invece in queste poche righe cercheremo proprio di pensare positivo, prendendo come riferimento il modo di essere tipico di un atleta.

Se c’è una cosa che sta mancando, e di cui si parla, un po’ per forza di cose, troppo poco, è infatti proprio lo sport. E quest’anno doveva essere l’anno dello Sport con la “S” maiuscola: l’anno delle Olimpiadi di Tokyo, la massima competizione sportiva concepita dall’uomo.

Immaginiamoci nei panni di questo atleta-tipo che abbiamo preso ad esempio, e approfondiamo per un attimo certi aspetti, che il più delle volte non siamo abituati a vedere.

Quattro anni fa, dopo le Olimpiadi di Rio 2016, a cui non siamo riusciti a partecipare, abbiamo fatto un patto con noi stessi: “nei prossimi quattro anni lavorerò per prendermi Tokyo 2020”.

Prima facevamo sette allenamenti a settimana; nel giro di questi quattro anni siamo arrivati a farne non meno di dieci. Tanti successi nel frattempo, così come tanti fallimenti, tante preoccupazioni, tante paure di non riuscire a star dietro a quel “treno che passa una volta”, e che forse per noi passerà solo per quest’ultima.

Ma non dobbiamo mollare, perché la meta è lontana quanto basta per correggere gli errori che ancora commettiamo, e vicina a sufficienza per credere che il momento per rinnovare quel patto sia proprio questo.

Ebbene, è da questa forza, un misto di paura e decisione, luce e ombra, che si tempra il cuore di un atleta, permettendogli di lottare per ciò in cui crede. Ed è una fiducia tanto salda da non poter essere scalfita nemmeno dalle circostanze esterne, nemmeno da un virus come questo.

Eppure questo virus ci è riuscito comunque: le Olimpiadi per cui avevamo tanto lavorato, rinunciando a mille altre cose, ci vengono tolte a pochi mesi di distanza, venendo rimandate al 2021.

Immaginate di star correndo la vostra gara della vita, con il famigerato “personal best” ormai a portata: è come già fatto. Ad un certo punto il traguardo scompare. E cala il buio. Un buio interiore, un senso di smarrimento totale, e al tempo stesso di malessere per l’occasione perduta.

È così che ci siamo sentiti tutti, chi puntava alle Olimpiadi, chi agli Europei, chi ai Campionati Italiani, chi ai regionali, chi a fare semplicemente il proprio sport.

Questo poteva essere il colpo di grazia, la rinuncia definitiva al sogno. Ma guardatevi. Guardate dove vi ha portato la vostra forza: a correre su un tapis roulant, a cercare metodi di allenamento alternativi, a lavorare sui vostri punti deboli, a farvi bastare le scale, il giardino, il terrazzo, che sono diventati i vostri nuovi percorsi… a non lamentarvi più, anche se le cose non vanno come vorremmo, come avremmo voluto.

Questo siete diventati, perché i vostri obiettivi sono stati più forti del virus. E così deve continuare a essere, perché la sfida che stiamo affrontando è la più importante che avremmo mai potuto aspettarci da questo 2020.

Persino più di quelle Olimpiadi che ci attendono, e che nel 2021 vivremo ancora più uniti, perché saranno le Olimpiadi di tutti: quelle degli atleti, e quelle di chi ha lottato con loro.
“Una volta usciti, niente sarà più come prima”: sì, sarà meglio.

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