
Lo ammetto, era l’intervista che più desideravo ma che, in qualche modo, più mi preoccupava, perché parafrasando il famoso slogan del Festival di Sanremo, Tamberi è Tamberi, autentico genio dell’Atletica Italiana con un palmares notevole: 1 oro mondiale indoor, 1 oro europeo indoor, 1 oro europeo outdoor, un personale di 2,39 nel salto in alto, che rappresenta una delle migliori prestazioni mondiali di sempre, specie degli ultimi 5 anni.
Amato dalla maggioranza degli appassionati di Atetica e fortemente contestato da una minoranza per via di una vecchia storia che non è il caso di ritirare fuori, Gimbo esalta per la sua esuberanza e per come sa trascinare la folla durante i momenti antecedenti ogni suo salto.
Dotato di una simpatia irresistibile, che gli fa spaccare anche lo schermo televisivo in ogni suo intervento, racchiude dentro di se un’enorme sensibilità e generosità, che lo porta sempre, anche durante le sue stesse gare, ad entusiasmarsi per le prestazioni dei suoi avversari.
Come tutti gli Atleti, in questo periodo non può svolgere gli abituali allenamenti, ma la positività e la voglia di allenarsi certamente non mancano, anche se ha un po’ più di tempo per realizzare e postare sul suo profilo instagram dei bellissimi video che vi consiglio di guardare.
Ciao Gimbo, grazie veramente per la tua disponibilità. Giusto per rompere il ghiaccio, a proposito di uno dei video apparsi recentemente sul tuo profilo, in cui si parla della quarta serie de “La casa di carta”, qual è il tuo personaggio preferito?
Ciao grazie a te. Sarò banale ma, come credo per la stragrande maggioranza delle persone, è il Professore.
Non ti chiederò nulla del rinvio delle Olimpiadi o di quelle saltate, nel 2016, ma in realtà tu un’Olimpiade l’hai già vissuta, nel 2012 a Londra.
A tal proposito mi viene in mente che, tempo fa, lessi su “Vanity Fair” una tua intervista, dell’aprile del 2017, in cui dichiaravi che alla fine del 2012 eri andato in crisi e avevi pensato di smettere.
Come mai? In quell’anno avevi saltato 2,31 a Bressanone all’aperto e anche se, durante i giochi Olimpici eri stato eliminato in qualificazione, avevi solo vent’anni.
In realtà è stato un errore di stampa, la mia crisi la ebbi tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Come giustamente hai detto il 2012 è stato un ottimo anno e la qualificazione per le Olimpiadi fu quasi un miracolo, per cui ero contentissimo in quel periodo.
L’anno seguente, invece, dopo una buona stagione indoor, ho cominciato ad avere alcuni problemi fisici per cui, all’aperto, non sono andato oltre i 2,25 e sono andato un po’ in crisi.
Tieni conto che avevo solo 21 anni e, sinceramente, tutto quanto di buono avessi fatto mi era venuto senza troppi sacrifici e, tra l’altro, non è che mi allenassi tantissimo.
Quindi cosa è successo quell’inverno del 2013?
Come si suol dire, avevo mollato totalmente il tiro, nel senso che ho cominciato a uscire ancora più spesso con i miei amici, a fare un po’ più tardi la sera e poi, ho avuto anche un momento di sbandamento perché mi ero lasciato con Chiara, la mia ragazza.
Per carità, non è che facessi niente di particolare ma, sicuramente, la vita da Atleta è ben altra cosa e dopo poco tempo fui messo nella condizione di prendere una decisione ben precisa, sia da parte del mio Gruppo Sportivo, le Fiamme Gialle, che da parte di mio padre, che mi allenava.
Ovviamente la decisione finale la sai e sicuramente l’essere tornato con Chiara è stato per me fondamentale.
Hai voglia di raccontarmi cosa rappresenta per te Chiara?
Visto che è di fronte a me, in questo momento, come potrei non parlarne bene????? (ride).
A parte gli scherzi, Chiara è veramente il faro della mia vita, stiamo insieme da dieci anni, esattamente da quando ho cominciato a fare Atletica e non riesco proprio ad immaginare la mia vita senza di lei.
Mi segue ovunque, accetta senza problemi gli inevitabili sbalzi di umore che un atleta può avere in alcuni momenti e riesce sempre a trovare il tempo e il modo giusto per aiutarmi nelle situazioni più complicate.
A proposito di momenti difficili si è scritto di tutto sul tuo, purtroppo, famoso infortunio del 15 luglio 2016 al Louis II di Montecarlo.
Rispetto a quel giorno che, da un punto di vista atletico, è stato anche l’apice della tua carriera agonistica, l’aspetto tecnico del salto, dalla rincorsa allo stacco, è cambiato?
Allora, come ben sai, sono passati tanti mesi prima di poter tornare ad allenarmi abbastanza normalmente.
Quando finalmente sono riuscito, è inizialmente subentrata una sorta di paura inconscia che mi portava a non riuscire ad eseguire determinati meccanismi così come avrebbero dovuto essere, perché tendevo a difendere il piede che era stato infortunato, quello dello stacco.
Per questo, insieme a mio padre, abbiamo dovuto modificare degli aspetti tecnici che, in qualche modo, hanno ridotto le mie potenzialità.
E poi cosa è successo?
Dopo due anni, invece, più o meno verso la fine del 2018, le paure sono definitivamente passate e il grande lavoro è stato quello di reimpostare la tecnica, esattamente come era prima dell’infortunio, quella che, per intenderci, mi aveva portato ai 2,39 e alla straordinaria stagione del 2016.
Però l’anno scorso, non tutto è andato per il meglio, anche se poi hai comunque vinto i campionati europei indoor di Glasgow. Come giudichi la tua esperienza di Doha?
In effetti il 2019 era iniziato molto bene ma poi, dopo la Diamond League di Roma, sono riuscito solo a fare un’altra gara, una settimana dopo e ho dovuto smettere di gareggiare per tutta una serie di piccolo problemi fisici, che hanno rallentato la mia preparazione.
Sono arrivato in Qatar senza gareggiare da quasi quattro mesi e ti dico la verità, mi sono anche stupito di come sono andate le qualificazioni.
Poi in finale mi è mancato qualcosa, speravo leggermente meglio ma, al massimo avrei potuto saltare 2,31, forse 2,33. E’ chiaro che poi l’adrenalina ti trascina in una spirale di agonismo esasperato e si spera anche nell’impossibile ma, al di là della delusione che poteva trasparire sul mio volto, ero comunque consapevole di aver dato quasi il massimo.
Il 2020, che avrebbe dovuto essere l’anno del sogno rinviato, non era iniziato benissimo. Cosa è successo realmente ad Ancona?
In realtà quanto accaduto agli italiani indoor aveva delle spiegazioni molto chiare ma, sul momento, era tale il dispiacere di aver deluso tutti i miei tifosi accorsi a vedermi che non ho potuto che chiedere scusa per il risultato.
Questo avrebbe dovuto essere l’anno Olimpico e la preparazione era totalmente finalizzata, con il corpo e con la testa, al Giappone ad Agosto.
La stagione indoor doveva essere poco più che un periodo di scarico da allenamenti intensi e aggiungo molto produttivi perché, mai come quest’anno, sono riuscito ad allenarmi senza intoppi di alcun genere.
Mi sono presentato quella mattina ad Ancona dovendo, per motivi tecnici, fare una rincorsa abbastanza breve e ogni volta mi ritrovavo troppo sotto l’asticella, provando una sensazione di pesantezza nell’azione del valicamento.
In effetti questo ultimo aspetto è quanto si percepiva dalla tribuna. Ma poi siccome sei determinato e coraggioso, non hai mollato e ti sei subito ributtato nella mischia.
Esatto! Anche se non avevo programmato nulla, non potevo certo finire la stagione indoor in quel modo e quindi sono andato a Belgrado, dopo 4 giorni, a ritrovare degli accettabili meccanismi che ho ritrovato allungando la rincorsa.
Ma 2,25 non mi era certo bastato, mi sentivo bene e così, tra la sorpresa generale, ho voluto presentarmi assolutamente anche a Siena dove ho provato veramente delle gran belle sensazioni e, ti garantisco, ho sentito che c’era margine.
Certo, passare da 2,20 a 2,31 in 6 giorni, non è da tutti. Ma, bando alle scaramanzie, ti lancio una piccola provocazione.
Pensi di poter tornare a salire a 2,35 che rappresenta, certamente, nel panorama mondiale degli ultimi anni, una misura da medaglia, in qualsiasi manifestazione?
Guarda Ferdinando, toccando tonnellate di ferro, mi sento veramente bene e sono oltremodo confortato dalla continuità che riesco a dare ai miei allenamenti.
Sinceramente, credo fermamente sulla possibilità di poter tornare almeno a 2,35. Di più non mi sbilancio, ma sono fiducioso, anche se pensare di tornare a 2,39 è abbastanza complicato.
Un’ultima domanda te la vorrei fare sulla rigida applicazione della dieta, nei momenti agonistici più importanti, di cui spesso parli nei tuoi famosi post su Instagram.
Da quando segui un regime alimentare così ferreo e chi imposta i tuoi programmi relativi?
Il salto in alto è una disciplina che richiede grandissimi sacrifici alimentari, oltre che ovviamente atletici. Per le mie caratteristiche fisiche, in particolare, che ritengo essere leggermente inferiori ad altri atleti, per competere ai massimi livelli devo sopperire con un peso forma perfetto che mi renda il più leggero possibile ma, al tempo stesso, esplosivo.
L’inizio della dieta è stato il 2014, quando ho iniziato realmente a fare una ferrea vita da Atleta, a cominciare dall’andare a letto alle 22.30 la sera.
In realtà all’inizio sono stato seguito da un nutrizionista con cui non mi sono trovato bene e allora, alla fine di quell’anno, ho deciso di fare da solo e mi sono messo a studiare, appassionandomi della materia. Il regime alimentare che seguo è solo farina del mio sacco.
Direi una gran bella farina, visti gli addominali che spuntano nei momenti fondamentali, anche se poi, anche quando dici di essere grasso, chiunque metterebbe la firma per essere come te in quel momento.
Che differenza di peso c’è tra il tuo massimo momento di forma, ad esempio Doha quando ci siamo incontrati, e adesso?
A Doha pesavo circa 76 Kg, forse qualche etto in meno, adesso ne peso 85. Una bella differenza, perché sinceramente mangiare mi piace tantissimo e il sacrificio della dieta è certamente il più pesante, nettamente più forte di qualsiasi carico di allenamento io possa svolgere.
Grazie Gimbo, veramente, in bocca al lupo per tutto e, senza fare troppe previsioni, speriamo di vederci presto su una pista di Atletica.





