Massimo Di Giorgio - Alessandro Talotti (foto archivio)
Massimo Di Giorgio - Alessandro Talotti (foto archivio)
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Cos’è che rende grande l’atletica? Prima che questa intervista venisse alla luce mi sono posto questa domanda. Ci ho pensato giusto un attimo, poi mi sono dato una risposta: gli atleti.

O meglio, gli atleti e i (grandi) risultati. E poter avere entrambi a disposizione al mio campo di allenamento di Udine, nella persona di Massimo Di Giorgio, è una di quelle fortune che non si può lasciar sfuggire tanto facilmente.

È così che ho deciso di approfittare della gentilezza di Massimo per condividere, con chiunque leggerà, quella passione sconfinata per il nostro sport che lo ha animato e lo anima tutt’oggi, con un messaggio chiaro e forte: ricominciamo a fare atletica!

Massimo, una domanda scontata ma non scontata: chi è Massimo Di Giorgio?

Massimo Di Giorgio è una persona un po’ atipica, che è sempre alla ricerca di qualche cosa, e qualche cosa di positivo. Sono, come molti mi hanno definito, un argonauta, un sognatore visionario. Ma sono soprattutto un ex atleta; un ex saltatore in alto, per la precisione.

I successi per me più significativi sono stati indubbiamente il bronzo agli Europei indoor di Budapest (1983), l’oro ai Mondiali Militari di Algeri (1979), l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Spalato (1979), la vittoria in Coppa Europa a Lille (1981) e il bronzo in Coppa Europa a Zagabria (1981). Poi 8 titoli italiani e 25 maglie azzurre assolute.

Senza alcun dubbio, però, il ricordo che mi tengo più stretto è quel 2.30 saltato nella mia Udine, quella volta che divenni il primo italiano a raggiungere tale quota. Oggi non sono più un atleta, ma la mia ricerca continua viva più che mai come dirigente dell’Atletica Malignani Libertas Udine.

Massimo l’argonauta, l’ardito navigatore: come sono cambiate le acque nel mondo dell’atletica? Che differenze riscontri fra l’atletica di ieri e quella di oggi?

L’attrazione che una volta c’era nei confronti dell’atletica era veicolata soprattutto dagli insegnanti di educazione fisica delle scuole. Questa era la chiave per avvicinare un ragazzo/a allo sport, e all’atletica in particolare.

Ecco, questa cosa ora manca: per avvicinare un ragazzo in questi tempi serve un coinvolgimento dei genitori, che magari hanno avuto un passato da atleti; oppure un passaparola fra amici, o fra gli stessi genitori, oppure un evento sportivo di spicco come il più delle volte è l’Olimpiade.

Insomma, la prima differenza che rilevo fra passato e presente è una differenza di avvicinamento, di primo approccio: oggi è molto più difficile che un ragazzo individui da sé l’atletica, senza averne captato la bellezza a scuola, senza l’intermediazione di un bravo insegnante.

Dopodiché emerge secondo me un divario importante a livello dirigenziale. Una volta c’erano dei dirigenti molto motivati, ma anche con molte più risorse da cui attingere.

C’erano, in altre parole, più finanziamenti, e il motivo va ricercato nel fatto che in passato l’ingerenza della politica era superiore: basti pensare che spesso i nomi delle società erano legati ai partiti.

Questo collegamento così marcato oggi non c’è, e i finanziamenti ne risentono di conseguenza.

Il maggior pregio della dirigenza di quei tempi era sicuramente la grande professionalità, ma dall’altro lato della medaglia rimprovero a questa stessa classe di non aver tramandato alle generazioni successive le proprie metodologie, i propri valori.

Questa mancanza di continuità ha portato a un decadimento a tutti i livelli nella nostra Federazione, dove vi sono personalità di spicco, persone grandi, indubbiamente, ma che finiscono per circondarsi di persone “piccole”, che non sono state preparate adeguatamente per un ruolo così importante.

Quello che vedo oggi, insomma, è una mancanza di spessore: chi lavora non sempre mette al centro l’interesse di tutti, l’interesse dell’atletica.

Le differenze a livello dirigenziale, poi, vanno di pari passo con le differenze a livello di guide tecniche. In passato i tecnici erano quasi tutti insegnanti di educazione fisica, o che al limite avevano ricevuto una diversa formazione professionale.

Ma a prescindere dal loro percorso, quello che li accomunava era sempre e comunque una notevole preparazione. E una preparazione che nella pratica oggi si fa più fatica secondo me a vedere.

Oggi infatti la formazione di molti allenatori pare essere molto più teorica che pratica, anche per il fatto che i diversi corsi di scienze motorie non sembrano essere in grado di fornire gli strumenti necessari per fare esperienza sul campo.

Ancora una volta, quello con cui abbiamo a che fare pare essere un problema di sistema. Ma anche qui mi sento di portare un rimprovero ai grandi allenatori del passato, molti dei quali ancora oggi operativi: se i tecnici di oggi non sono perfetti, è anche perché i tecnici di ieri sono stati restii a tramandare il loro sapere e la loro metodologia.

Queste le principali differenze a livello di struttura e contesto, ma rispetto al puro e semplice “fare atletica”, al gesto atletico in sé, cos’è cambiato? Cos’è che fa rimpiangere a molti l’atletica dei tuoi tempi?

Non è che una volta fosse meglio: questa è un’inesattezza. Una volta c’erano tutta una serie di condizioni e sicurezze che hanno permesso di fare determinate cose, ma il merito è sempre appartenuto agli atleti, più che al sistema in sé.

Fare paragoni tra i risultati, i materiali, la tecnologia di ieri, con quelli di oggi a mio dire è fuori luogo.

Ogni epoca ha la sua storia. È del tutto evidente che non si possa confrontare Jesse Owens, che saltava sulla terra rossa, con Juan Miguel Echevarrìa. Ogni atleta va considerato in maniera circoscritta al suo contesto.

Oggi la competizione è molto più ampia, e il risultato conseguentemente più difficile da ottenere perché c’è più popolazione mondiale che partecipa. D’altro canto però la tecnologia ha fatto enormi passi in avanti.

In definitiva, sono cambiate troppe cose: diventa difficile, se non impossibile, fare paragoni. Il punto però rimane questo: se Owens si fosse allenato sul tartan di oggi chi lo dice che non si sarebbe infortunato più facilmente, magari dovendo rinunciare alle Olimpiadi?

Con la terra rossa infatti c’erano meno infortuni, e pure diversi da quelli di oggi. Sono cambiate le superfici, sono cambiati gli atleti: è evoluzione, e evoluzione vuol dire adattarsi al nuovo; non c’è spazio per giudizi di valore come “meglio” o “peggio”.

Siamo semplicemente andati avanti. La nostalgia che vedo diffusa in molti è un controsenso secondo me, e sebbene la memoria rappresenti un grosso patrimonio, non possiamo continuare a vivere di ricordi.

L’atletica di oggi però vuole ritrovare il suo posto al sole: quali soluzioni ti senti di suggerire per orientare questa crescita? Cosa può oggi migliorare lo stato di salute del movimento?

Mi sto spendendo da tempo per fare proposte alla Federazione. Nel 2004 avevo proposto il mio programma, e contestualmente la mia candidatura a Presidente.

Oggi come ieri, però, noto che si tende prima a formare le squadre, e solo dopo a guardare ai progetti. Ecco, questa è una cosa che aborro. Chi vuole essere guida deve secondo me essere Presidente di e per tutti, per l’atletica nella sua globalità, senza interessi personali.

È chiaro che le ambizioni ci devono essere, ma devono rimanere in secondo piano. Chi si propone deve mettere in campo le proprie idee, e gli altri lo devono votare perché ritengono quelle idee giuste, meritevoli, senza domandare “cosa mi dai in cambio?”.

La vigilia delle elezioni non può e non deve trasformarsi in un’asta all’incanto. Questo nel 2004 l’ho vissuto in prima persona, ma oggi deve essere diverso.

E parlando proprio di oggi i gruppi candidati, come molti sapranno, sono 4, e stanno facendo ognuno le proprie proposte. Io personalmente ho condiviso con ognuno di essi il mio programma, in totale trasparenza: chiunque vi può attingere se lo vuole, l’importante è che si faccia il bene dell’atletica.

Dopodiché la mia adesione, per vicinanza di idee, l’ho data al gruppo “Smart Atletica” (trainato dall’amico Massimo Magnani) e ad “Insieme per l’atletica” (con candidato presidente Vincenzo Parrinello).

Con gli altri gruppi, “Orgoglio del riscatto” (Stefano Mei) e “Un impegno per l’atletica” (Roberto Fabbricini), non manca comunque il dialogo, anche in ragione dell’amicizia che mi lega ai suoi esponenti.

Ciò detto, la struttura del mio programma si basa su tre ordini di considerazioni: prima il progetto, poi i profili che possono attuarlo, solo in ultimo le persone che sono attinenti al profilo. Perché le persone passano, ma il sistema deve rimanere.

È la metodologia che si usa nelle grandi aziende. Quanto a me, personalmente mi candiderò, non per la presidenza ma per una posizione a titolo individuale, per portare avanti gli interessi di tutti, senza essere legato a nessuno.

Il cambiamento però può partire anche dal basso, ad esempio da un meeting come l’Udin Jump Development di cui sei stato uno dei promotori. Cosa ha reso possibile questo recente successo?

L’Udin Jump Development nasce nel 2018 dalla volontà di Alessandro Talotti di fare qualcosa di importante a Udine, anche in considerazione della storica scuola di saltatori che la città ha sempre avuto.

Questo progetto ha trovato poi realizzazione nel 2019, anno dal quale è iniziata anche la mia collaborazione, soprattutto dal punto di vista organizzativo, insieme all’apporto di Mario Gasparetto.

Lo scopo era quello di promuovere l’atletica attraverso una gara (ufficiale) di salto in alto, passando per la valorizzazione di un impianto come il Palaindoor “O. Bernes” di Udine, sino a quel momento utilizzato unicamente per allenamenti e gare regionali.

Il risultato ha superato ogni aspettativa, ma quando impegno e passione vanno di pari passo, successi come questo sono dietro l’angolo.

L’UJD, ad ogni modo, non è che l’inizio di una serie di progetti che abbiamo in cantiere e a cui stiamo lavorando in ottica futura. Queste sono tutte iniziative che ci auguriamo spingano la gente ad andare al campo: bisogna tenere viva questa comunicazione.

Hai fatto il nome di Alessandro Talotti, amico, collega, membro storico di quella scuola di saltatori udinesi di cui entrambi avete fatto parte. Che momento sta vivendo?

Alessandro è impegnato in una gara difficile, la più importante della sua carriera. Oltre che nel fisico, questa disavventura lo ha segnato molto anche nel morale, perché è una di quelle cose che non vorresti, né ti aspetteresti mai di dover affrontare. E invece è toccato proprio a lui.

Ma ce la farà, perché ha trovato dentro di sé la forza per reagire, e in tutto questo l’affetto dei tanti che gli vogliono bene non è mancato e non mancherà.

E se lo merita, perché è una persona splendida, che si spende e non si tira mai indietro quando c’è da fare qualcosa. Io gli sto facendo da portavoce, per cui se qualcuno desidera scrivergli può farlo tramite me.

Lui dal canto suo ci tiene a salutare e ringraziare tutti per la vicinanza e il calore che lo hanno accompagnato in questo difficile periodo, e non vede l’ora di tornare in pista con nuove iniziative per l’atletica.

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