Ines Geipel (Foto Getty Images)
Ines Geipel (Foto Getty Images)
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C’è una donna, una ex atleta, che più di tutte, da un po’ di tempo, è il simbolo della vergogna avvenuta nella ex DDR, la Germania dell’Est, negli anni intercorsi dal 1949 al 1990, con il particolare ricordo del muro di Berlino che fu eretto, nel 1961, e il cui abbattimento, proprio 30 anni fa, fu l’inizio della fine della dittatura comunista, sancita poi ufficialmente, il 3 ottobre 1990, con la riunificazione delle due Germanie.

Quei 41 anni furono pregni di orrori e violenze di ogni genere ma, quel che vogliamo ricordare, nel nostro ambito sportivo, con particolare riguardo all’atletica, è l’indecente pratica del doping di stato che, per anni, è stata usata dalle massime autorità al fine di permettere agli atleti di primeggiare, in qualsiasi disciplina, a titolo di propaganda della grandezza del sistema socialista.

Ines Geipel (allora Ines Schmidt) è certamente una delle tantissime vittime di quel sistema, ma certamente una delle pochissime che ne ha voluto parlare.

Ancora oggi, Ines, detiene, insieme ad altre tre ex atlete della ex DDR, un record del mondo, quella della staffetta 4 x 100 metri di società, corsa in 42″20, nel 1984, per la società sportiva SC Motor Jena. Per la cronaca, il record della nazionale assoluta della ex DDR di 41″37, stabilito nel 1985, è tutt’ora è il record europeo della specialità.

Di quel record del mondo, figlio dell’orrore e della vergogna, la Geipel si è da tempo distaccata e, nei documenti ufficiali che lo ricordano, ha imposto, dopo il 2005, grazie a un processo avvenuto a Berlino, che venisse cancellato il suo nome, sostituito da un asterisco.

Oggi Ines, 59 anni compiuti il 7 luglio, è una affermata scrittrice, docente presso la Scuola di Arte Drammatica Ernst Busch di Berlino ma, soprattutto, a capo di un’Associazione che presta assistenza alle vittime di quel sistema di cui lei stessa è stata vittima.

La sua storia è molto simile a quella di tanti giovani, cresciuti in un contesto opprimente, che hanno iniziato a fare sport per dimenticare gli orrori che li circondavano( il padre, tra l’altro, era un agente della Stasi)

Iniziò a fare atletica nel 1977, proprio negli anni (dal 1974) in cui il regime aveva approvato il piano di stato 14.25, che prevedeva la somministrazione forzata di steroidi anabolizzanti, ormoni e anfetamine, agli atleti, al fine di gonfiarne le prestazioni, senza minimamente preoccuparsi degli effetti collaterali che tali sostanze avrebbero procurato.

L’obiettivo ultimo era la propaganda della superiorità del socialismo che, secondo le stime più recenti, ha coinvolto, nell’ambito dello sport, circa 15000 atleti di cui ben 10000 donne. Esseri umani trattati come cavie di sperimentazioni atte a renderli invincibili, a scapito totale della loro salute.

Le donne, purtroppo, sono state maggiormente massacrate da questa vergognosa pratica perchè, su di loro, l’effetto virilizzante degli ormoni maschili era nettamente più forte ma questo, ovviamente, alterava totalmente il loro stato femminile, con le inevitabili conseguenze che si possono immaginare, prima fra tutte l’impossibilità di avere figli, per non parlare delle tante costrette, negli anni, a cambiare sesso.

Tutto questo orrore ha portato, in quella triste stagione, a un numero infinito di record, in ogni tipo di sport e di questi ne ricordiamo due, in particolare, riguardanti il mondo dell’Atletica Leggera Femminile, che sono ancora in essere, in quanto mai più superati.

  • Marita Koch : 400 metri 47″60 (1985)
  • Gabriele Reinsch: lancio del disco 76,80 metri (1988)

Per la cronaca, nel 2000, si costituì parte civile contro i responsabili del doping di Stato della ex DDR,  al processo di Berlino, a seguito del quale il medico Manfred Höppner e il ministro dello sport Manfred Ewald furono condannati, in quanto ideatori del sistema.

Ricordo, anche, che la ex atleta, all’epoca del regime, nel pieno della sua attività sportiva, si innamorò di un atleta messicano e, per questo, fu ritenuta fonte di pericolo al punto da sottoporla ad un finto intervento di appendicite, dove le vennero inferte pesanti lesioni all’addome che ne causarono quasi la morte e l’impossibilità di avere figli.

Come detto, oggi Ines è a capo di una un’Associazione che fornisce assistenza a circa 2.000 ex atleti vittime di quel sistema, che finalmente, con grande pudore, hanno cominciato ad uscire dall’anonimato. Di questi, il 75%, 1500, sono donne.

L’Associazione è riuscita, negli anni, a ottenere due leggi che riconoscono un’indennità alle vittime del doping di stato. La prima legge riguardava 200 atleti, la seconda 1.000. Il prossimo obiettivo è ottenere una pensione politica anche per i bambini colpiti nella seconda generazione, ad oggi già 300.

Si stima che, per una medaglia d’oro della ex DDR, siano stati sacrificati 80 possibili bambini per non parlare, ovviamente, della lista ufficiale dei morti che conta circa 500 persone, più di quanti ne abbia causati il Muro di Berlino stesso.

Di fronte a questi orrori riconosciuti, mi chiedo come sia possibile che le autorità mondiali dell’Atletica, la Iaaf per intenderci, non abbiano ancora revocato qualsiasi tipo di prestazione realizzata in quel periodo come, per cominciare, i due record sopra citati.

Finchè, almeno, questo tipo di vergogna non sarà eliminata, credo che qualsiasi tipo di lotta al doping non potrà mai ritenersi abbastanza efficace.