Matteo Madrassi (foto sportlinx360.com)
Matteo Madrassi (foto sportlinx360.com)
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Un fenomeno parallelo alla fuga dei cervelli, e che sta prendendo sempre più piede negli ultimi tempi, è quello della “fuga degli atleti”.

Non è il primo e non sarà l’ultimo Matteo Madrassi, speranza del salto con l’asta della nazionale giovanile (U23), che terminato il suo percorso di studi alle scuole superiori ha deciso di provare il grande salto negli States, per continuare a coltivare il proprio sogno sportivo.

Grande salto… o salto nel vuoto? Quali sono i pro e i contro di una scelta così importante? Che mondo si trova oltreoceano? Ho voluto scoprirlo proprio insieme a Matteo in questa intervista.

Matteo Madrassi: atleta “normale” nel 2017, letteralmente esploso nel 2018. Raccontaci un po’ di questa stagione che ti ha cambiato la vita.

Fino al 2018 mi allenavo tutto sommato poco: vedevo l’atletica soprattutto come un divertimento, come un’occasione per stare con gli amici. Nel 2017 avevo chiuso la stagione con un 4.70 anche convincente, ma non mi ero ancora reso conto che poteva esserci una qualche potenzialità particolare in me.

In tutto questo credo che il legame atleta-allenatore sia stato uno degli aspetti che mi ha permesso di disputare un’annata come quella del 2018: fra me e Francesco Gasparin c’è sempre stata una bella intesa.

Su questa scia, infatti, già nel corso delle indoor 2018 ero riuscito a saltare 4.80, per poi superare per la prima volta i 5 metri all’inizio della stagione outdoor. A quel punto mi sono svegliato, accorgendomi che a 5.10 metri si staccava il pass per i Mondiali Juniores di Tampere (Finlandia): da lì l’atletica è ufficialmente diventata un obiettivo.

Sembrava ormai troppo tardi però: le gare rimaste erano poche, oltre al fatto che quell’anno per me c’era l’incombenza dell’esame di maturità. Mi sarei giocato tutto nel corso della finale Argento dei CdS nazionali, che quell’anno si tenevano a Bergamo.

Arrivavo all’occasione in condizioni non proprio ottimali, lo sapevo, e anche la testa inevitabilmente viaggiava da un’altra parte: questione di pochi giorni e mi sarei ritrovato tra i banchi di scuola. Confesso che fino all’ultimo ero rimasto indeciso addirittura se andare o meno.

Nonostante questo però, una volta in pedana, con davanti il fatidico 5.10, la forza di volontà ha prevalso su tutti i pensieri permettendomi di superare l’asticella, pur con un salto tecnicamente non impeccabile.

È stata una giornata indimenticabile, un’autentica svolta. Quel che è venuto dopo, poi, ancora di più: la prima convocazione in nazionale. All’inizio mi sono sentito piuttosto spaesato in mezzo a tutti quegli atleti, un po’ perché non li conoscevo, un po’ perché ancora non ci credevo che ero lì con loro, proprio io.

In pedana sono riuscito ad esprimermi decisamente meglio, confermando il mio PB di 5.10 e superando quasi i 5.20: avevo praticamente valicato l’asticella, ma con la mano inavvertitamente ho finito per trascinarla giù con me.

Questo errore mi ha precluso la qualificazione in finale. Finale a cui l’ultimo qualificato è entrato comunque con un 5.10, in virtù del minor numero di nulli.

A prescindere da questo, Bergamo e Tampere continuano ancora oggi a ricordarmi il 2018 come l’anno più bello della mia vita.

In che modo i risultati di quel 2018 hanno influito sulla tua scelta di continuare il percorso, sportivo e non, in America? Quando hai cominciato a pensare di andare oltreoceano?

Ho cominciato a informarmi su questa possibilità già dagli anni precedenti, quando saltavo 4.60 metri. Mi preoccupava in particolare l’idea che una volta finita la scuola non avrei trovato in Italia terreno fertile per continuare a coltivare le mie ambizioni sportive.

In altre parole, avevo bisogno di una dimensione diversa, che mi permettesse di non rinunciare né allo studio né allo sport.

Andare in America è stato il primo pensiero, certamente, ma da quel punto di vista emergeva un problema di costi, che sono elevatissimi se non hai una borsa di studio o un qualche tipo di agevolazione.

In questo senso l’atletica si è inserita al momento giusto: dopo aver saltato 5 metri nel 2018, e a maggior ragione dopo i 5.10 di Bergamo e Tampere, mi ritrovavo in mano con un biglietto da visita di tutto rispetto per ambire ad una borsa di studio. Che alla fine è arrivata.

E così a fine 2018 sei partito per la tua prima esperienza negli States: dove sei andato?

A metà agosto sono partito per Forth Wayne, nell’Indiana. Lì sono entrato nell’Indiana Institute of Technology, l’università locale. E qui secondo me è importante ora fare un chiarimento: esperienze come quelle americane possono essere bellissime come tragiche. Questa mia prima a Forth Wayne mi sento di legarla alla seconda ipotesi.

Che è successo? Che ambiente hai trovato?

Una premessa di partenza: se in Italia a 18 anni sei considerato, almeno sulla carta, maturo, un adulto quasi, in America non è proprio così, anzi. Per la gente sei più un bambino, e le università americane tante volte di vedono come una fonte di prestazioni, piuttosto che come un atleta da far crescere.

In altre parole, non sei più Matteo Madrassi, ma sei un atleta della squadra dell’università, da utilizzare al meglio per vincere i campionati.

Questo l’ho riscontrato all’Indiana Tech, e in generale mi sento di dire che valga per tutte le piccole università americane. E io ero finito proprio in una di quelle. Ma questo è un problema ineliminabile: a meno che tu non vada di persona in America a far visita alle università, non puoi sapere con certezza in che posto andrai a finire.

Ciò non toglie che gli atleti vengano trattati in un certo modo, quasi come si tratta un atleta semiprofessionista, ma se c’è una cosa che nel mio caso è mancata è stata il dialogo fra allenatore e atleta, che nella mia carriera, come ho detto prima, era stato uno degli aspetti principali del mio successo.

In questa prima esperienza ho dovuto fare i conti con molte difficoltà, legate ai fattori più disparati. Il clima in primis: a Forth Wayne è freddo tutto l’anno, e in inverno le temperature arrivano a toccare i – 40 gradi!

Molte poi le carenze a livello strutturale: tanto per cominciare, il campo di atletica non si trovava nel campus dell’università, ma in altra sede, e per raggiungerla bisognava fare avanti e indietro con la corriera o in macchina per 20 minuti; dopodiché in tutto l’istituto non ho trovato nessun allenatore specifico di salto con l’asta.

Ero stato inserito nel gruppo dei saltatori e basta. Saltatori nel senso più generico del termine. L’assenza di un tecnico che potesse seguirmi, che fosse in grado di darmi ciò di cui avevo bisogno per migliorare, per fare il salto di qualità, si è ripercossa pesantemente sul mio percorso sportivo: l’esperienza a Forth Wayne è coincisa infatti con una netta retrocessione tecnica. Insomma, un salto sì, ma all’indietro.

E questa è stata la mia parentesi negativa dell’esperienza americana. Un’esperienza che è stata d’insegnamento per me, ma che può esserlo per tutti quelli che aspirano a seguire un percorso di questo tipo: valutate bene prima di scegliere, siate sicuri di dove andate!

Non è tutto oro quel che luccica, insomma! Ma dopo aver acquisito la giusta consapevolezza sei riuscito a correggere il tiro: come si è risolta la situazione?

Questa esperienza, durata da agosto 2018 a maggio 2019, mi ha fatto attivare per cercare una nuova università: in un modo o nell’altro mi ero deciso a lasciare l’Indiana Tech. Il problema era trovare un’altra università, e un’università che fosse davvero valida stavolta.

In questa decisione mi hanno aiutato molto Antonio Colella e Massimo Di Giorgio che sono, rispettivamente, il padre di Luigi Colella, azzurro delle Fiamme Gialle, anche lui trasferitosi negli States per allenarsi, e uno dei dirigenti della mia società, l’Atletica Malignani Libertas Udine.

Grazie a loro sono entrato in contatto con Chris Bradford, l’head-coach e allenatore del salto con l’asta del California State Politechnic Institute of Pomona, dove alla fine sono riuscito a trasferirmi.

Dagli ultimi mesi del 2019 a questi primi del 2020 come ti sei trovato nella nuova università? Come si è evoluta la tua esperienza?

In California ho trovato, diversamente da Forth Wayne, il clima perfetto per fare sport: secco e con 20° costanti tutto l’anno.

Anche qui a essere onesti persiste un po’, anche se in maniera meno invasiva, quel concetto per cui non è l’università che si mette al servizio dell’atleta, ma l’atleta che deve mettersi al servizio dell’università, facendo l’utilità della squadra.

Insomma, l’attenzione non è granché spostata sui singoli individui: sta piuttosto alla bravura del coach saperti far crescere, il che peraltro è sia nel suo interesse (che è l’interesse dell’università) sia di quello dell’atleta.

Questa università, ad ogni modo, è un’università grande, e questo lo si capisce anche dal fatto che la pista si trova nel campus (quindi non serve farsi 20 minuti di macchina ogni volta), oltre al fatto che è dotata di tutte le strutture che servono agli atleti: palestre, sale pesi.

I tecnici sono molto esigenti, e puntano molto sulla preparazione fisica: da agosto a dicembre ero in piena preparazione invernale, in sala pesi con un coach specifico per il potenziamento muscolare, per un totale di 3 ore al giorno di allenamento.

Questa concentrazione sulla preparazione fisica è una modalità che ho riscontrato molto nella mia esperienza in America, e anche se nei primi mesi la componente tecnica risulta minore nelle sedute di allenamento, sento che questo diverso approccio ha portato e sta portando ottimi frutti.

In questo senso anche le poche gare sinora disputate mi hanno confermato di potermi consolidare al di sopra dei 5 metri con una certa sicurezza.

Arrivati a questo punto è utile tracciare un bilancio di tutta l’esperienza, magari confrontando i due sistemi, quello americano e quello italiano: che differenze vedi fra questi due mondi?

In Italia non c’è la cultura del gruppo che c’è in America: il “gruppo” si esaurisce nell’atleta e nell’allenatore sostanzialmente, e c’è una concentrazione molto più individuale sul singolo e la sua crescita, che da un lato è un grosso pregio, ma dall’altro anche un difetto, perché in gruppo ci si stimola molto di più a vicenda.

Negli States, oltre al fatto che il numero di atleti è decisamente maggiore, gli allenamenti sono sempre allenamenti di gruppo, con tutto il team saltatori per intenderci.

Tutto questo contribuisce a rafforzare parecchio il senso di appartenenza alla divisa. Proprio in questo senso le università puntano molto sull’insieme, sull’amicizia in squadra, e lo fanno organizzando spesso attività di gruppo.

In America poi, si investe molto di più sull’atletica, e questo non è nuovo. Meno evidente è forse il fatto che molti di questi investimenti non siano diretti al mondo dell’atletica, quanto alle università, che indirettamente alimentano anche l’atletica, appunto.

Tutti gli atleti americani, o la maggior parte, che sono diventati professionisti l’hanno fatto passando per l’università.

In questo senso emerge un forte legame fra sport e istruzione che in Italia non c’è. In Italia l’atleta medio arriva a un certo punto che deve fare una scelta: o studiare o fare atletica. Ad alti livelli, si intende. E in Italia poche università ti permettono di fare questo.

Un’altra grande differenza è il valore che si dà a questo sport in sé, anche banalmente a livello di stipendi: in America un allenatore può arrivare a percepire moltissimo; gli allenatori universitari sono ben stipendiati.

In Italia invece il motore che manda avanti la macchina è la passione della gente, fondamentalmente: la maggior parte delle realtà italiane vive su base volontaria, se paragonata al sistema americano.

Grazie Matteo per aver condiviso la tua esperienza!
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