Andrew Howe (foto archivio)
Andrew Howe (foto archivio)
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Modello, musicista, personaggio televisivo e ballerino (chi non ricorda la sua fantastica partecipazione a “Ballando con le Stelle” dove, ingiustamente, arrivò solo secondo)… cosa ho dimenticato? Semplicemente che Andrew Curtis Howe è, quantomeno a mio avviso, il più grande talento italiano che abbia mai calcato una pista di atletica nel nostro paese.

In realtà lui ha cominciato sulle piste americane, essendo nato a Los Angeles, ed esiste un bellissimo video che vidi tanti anni fa, in cui si vede un piccolissimo Andrew che fa la sua prima garetta di 200 metri.

Atleta straordinario e poliedrico, ha ottenuto, e tuttora ne detiene alcuni, record nazionali cadetti in varie specialità tra cui, oltre ai 200 metri e al lungo, i 100, i 400, gli ostacoli, il salto in alto e il triplo, per non parlare poi delle due staffette veloci.

Forse, il problema di una carriera che avrebbe potuto e dovuto essere trionfale, è stato proprio il suo talento e la capacità di eccellere in tante discipline ma, ovviamente, anche la sfortuna di essere incappato in una serie di infortuni che ne hanno condizionato il rendimento e la continuità di allenamento.

Il 12 maggio Andrew compirà 35 anni. Il ragazzo prodigio che, a soli 19 anni, nel 2004, entusiasmò l’Italia e il mondo con il doppio titolo mondiale Juniores a Grosseto, è ormai diventato uomo, da tempo, ma la voglia e la passione per l’Atletica sono più forti che mai.

Ho scherzato, all’inizio dell’articolo, in merito alle sue attività extra atletica, ma solo per evidenziare come la sua poliedricità non sia solo sportiva, perché la natura gli ha donato un talento straordinario per tante attività, magari anche più facili da fare, soprattutto con un diverso grado di sacrificio che, passando gli anni, deve inevitabilmente aumentare se si vuole tentare di stare alla pari con i migliori, quale lui certamente è.

Quando lo vedi in tv, che sia dopo una gara tirata, piuttosto che in un intervista o in un evento di spettacolo, buca lo schermo con la sua travolgente simpatia e poi, quando lo conosci e quando gli parli, scopri che quello che appare è assolutamente identico a quello che è, perché Andrew è realmente una persona autentica e genuina, l’amico, il compagno, il figlio che tutti vorrebbero avere.

Nella lunga chiacchierata che abbiamo fatto al telefono ha parlato a ruota libera, con un entusiasmo e una voglia di raccontarsi che non avevo mai percepito prima da alcun atleta.

Ciao Andrew, prima di tutto ho bisogno di sapere, da tuo tifoso, un commento su una tua dichiarazione apparsa l’altro giorno in un articolo del sito FIDAL. Riportando testualmente c’è scritto…”ho capito che volevo ritornare l’Andrew di prima e l’unica possibilità che ho per dire la mia è nel salto in lungo: questo finale di carriera voglio dedicarlo a saltare“.
Hai deciso di rinunciare alle gare di velocità?

Ciao Ferdinando. Grazie per questa domanda a cui ci tengo particolarmente a dare una risposta molto chiara.

In effetti mi hanno riferito di un titolo che circola on line sul fatto che voglio rinunciare definitivamente alla corsa. Smentisco assolutamente.

La verità è solo che mi sento particolarmente bene e che, a inizio stagione, ho pensato che avrei voluto, con tutto me stesso, provare ad ottenere la qualificazione per la mia terza Olimpiade.

Con tutta onestà ho pensato di avere più possibilità nel salto in lungo e quindi ho deciso di riprendere a fare degli allenamenti specifici, in tal senso, senza rinunciare assolutamente a quelli della corsa.

In pratica, quindi, nella frase riportata sopra manca solo la parola “anche” a saltare?

Esatto, magari nell’enfasi della conversazione avvenuta in videoconferenza e poi riportata, l’ho proprio omessa io, ma voglio rassicurare tutti che quel che volevo dire era proprio questo: ho voglia di tornare a saltare, perché ho più possibilità di competere, ma non voglio assolutamente abbandonare le corse di velocità che mi piacciono tantissimo.

Tra l’altro se è vero che competere ad altissimo livello sui 200 è molto complicato, è anche vero che nella staffetta c’è sempre bisogno di talenti come te.

Certo, le staffette possono certamente essere un altro traguardo a cui puntare. Quest’anno ero concentrato di più sulla 4×400 standard e mista, ma per il futuro mi piacerebbe tantissimo puntare a quella veloce. 

Chiarito il punto fondamentale che non rinunci certo alle competizioni di corsa, torniamo però un attimo indietro di un anno e mezzo, a quando sei approdato nel team di Chiara Milardi che è equivalso, di fatto, a un ritorno alle origini. Come è nata, all’inizio della scorsa stagione, l’idea di puntare sui 400 metri?

Permettimi, innanzitutto, di dire che io vivo a Rieti da quando ho 5 anni, che questa città è la mia vita come la mia vita è sempre stata l’atletica leggera, a cui sono stato avviato tramite Atletica Studentesca Rieti Andrea Milardi.

Quando circa 18 mesi ho avuto l’opportunità di tornare ad allenarmi nei luoghi dove tutto è cominciato, è stata per me una grande emozione e ringrazio tantissimo Chiara Milardi per avermi accolto nel suo gruppo e per tutto quello che fa, per me, giorno dopo giorno.

Sicuramente sono un uomo fortunato perché ho sempre incontrato persone che mi hanno aiutato tantissimo e, se sono qui ancora a lottare, come quando avevo 15 anni, è per questo motivo.

Sul fatto di aver deciso, all’inizio del 2019, di puntare sui 400, è stata una mia idea, che ha trovato terreno molto fertile con Chiara, che già allenava due enormi specialisti quali Davide Re e Matteo Galvan.

Il mio pensiero era che, visti i vari infortuni patiti in carriera, sui 400 avrei sottoposto il mio fisico a un minore stress e, in ogni caso, sapevo di poter puntare a un posto in staffetta nelle competizioni che contavano.

Non tutto, però, ha funzionato al meglio. Sei partito bene, hai contribuito alla qualificazione della 4×400 mista per i mondiali di Doha, ma poi ci sono stati degli sbalzi di rendimento e anche il viaggio per il Qatar è saltato. Come mai?

Guarda voglio fare un’analisi molto realistica di un aspetto che ho scoperto da poco, direi un po’ troppo tardi.

Un mio fan, poco tempo fa, ha raccolto tantissimi video di mie gare e me le ha mandate.

E’ incredibile come non avessi mai guardato troppo come correvo e di come lo facessi male tecnicamente, usando troppo la forza, specialmente all’uscita della curva, se parliamo ad esempio dei 200 metri o anche negli ultimi 50 dei 100.

Alla fine credo sia assolutamente un problema di testa, nel senso che quando sono in gara, specialmente nel momento in cui ho vicino gli avversari, tendo ad irrigidirmi tantissimo, butto indietro la testa e lavoro di gambe e di braccia, senza lasciarmi andare come dovrebbe essere.

Puoi capire che un simile errore di base, se può in qualche modo essere compensato su un 100 o su un 200, su un 400 ti massacra e l’anno scorso alcune gare per me sono state una tragedia.

Infatti, come quella di Rieti della Fastweb Cup di maggio, dove hai realizzato un tempo che ha sicuramente condizionato la tua stagione o sbaglio?

No, hai colto nel segno. Quella gara in effetti ha fatto un po’ da spartiacque. Sino ad allora c’era grande ottimismo dentro di me sulla possibilità di fare bene nei 400.

A fine aprile avevo esordito facendo 46″35, ma quel giorno non ho capito niente, sono partito troppo piano e poi sono arrivato ancora peggio in 48″12.

Il problema è stato che ho perso convinzione, ma l’ottimo lavoro di Chiara a 360 gradi mi ha subito rimesso in carreggiata, tant’è che, dopo una settimana, sempre a Rieti, ho ricorso in 46″57, più di un secondo e mezzo in meno, una bella differenza.

Ho ripreso quindi a crederci fortemente ma poi, qualche piccolo problemino fisico e l’ennesimo scivolone a La Chaux de Fonds mi hanno fatto capire che dovevo cambiare strada.

Ovviamente era troppo tardi, avrei voluto provare a fare il minimo per Doha, sui 200, ma il meglio che sono riuscito a fare è stato un 20″83 a Bressanone, nella batteria degli italiani dove, poi, non ho potuto correre la finale per un problema muscolare che mi ha, di fatto, chiuso la stagione.

Quindi non sei andato a Doha a fare la 4×400 mista perché eri infortunato?

No, il problema di Bressanone non è stato grave ma, ormai da tempo avevo rinunciato a concentrarmi sui 400 e, oggettivamente parlando, c’erano atleti che andavano più forte di me e meritavano di prendere l’aereo per il Qatar.

A proposito di aerei, come è il tuo rapporto con il Gruppo Sportivo dell’Aeronautica Militare a cui appartieni dal lontano ottobre del 2003?

Se Chiara Milardi è per me ora fondamentale, come lo sono state prima di lei, nelle varie fasi della mia carriera, tutte le persone che mi hanno seguito tecnicamente, tra cui cito ovviamente Fabrizio Donato e, sopra a tutti, mia madre, il mio Gruppo Sportivo c’è sempre stato.

La parola “grazie” nei loro confronti mi sembra quasi riduttiva, perché mi hanno sempre sostenuto e aiutato in ogni momento, anche quelli più difficili e sai bene come ce ne siano stati tanti.

E’ per me veramente un onore poter far parte dell’Aeronautica ed anche se lo sanno bene, vorrei ribadire che il mio desiderio di andare avanti, di non fermarmi e di aumentare, se possibile, le mie energie, è il minimo che posso fare per ringraziarli di tutto quello che mi hanno dato in questi anni passati insieme. 

Senti Andrew, non farei mai una domanda cattiva a un atleta e meno che mai a te. Però consentimi di farti questa che è leggermente provocatoria. Il minimo per le Olimpiadi nel lungo è 8,22, a parte le logiche complicate del ranking.
Ora, a questi livelli ci arrivavi tranquillamente nel 2007, l’anno di Osaka ma poi, dopo il 2010 in cui eri comunque arrivato vicino, saltando sino a 8,16, il tuo miglior salto dell’ultimo decennio è stato 8,01 ad Ancona nel febbraio del 2017.
Realmente, quindi, quanto pensi di poter tornare a saltare?

Quel che dici è vero e fai benissimo a fare queste considerazioni ponendomi questa domanda.

Diciamo che nella mia lunga carriera ho certamente fatto alcuni errori, ma ho anche imparato tantissime cose e ho capito che, la cosa più importante per un atleta, è conoscere al meglio il proprio corpo.

Credo, finalmente, di esserci riuscito e sulla base degli insegnamenti passati, ho già citato Donato, ma anche presenti, collaboro occasionalmente tra l’altro con il Prof. Claudio Mazzaufo e con Stefano Serranò, credo fermamente nelle mie potenzialità da atleta, anche perché ci sono tanti esempi di sportivi molto longevi, sia nella velocità, tipo Kim Collins o ancor di più Justin Gatlin, per non parlare dei salti con il miglior esempio possibile di Fabrizio.

Quindi, riportandoti nell’angolo delle previsione, ritieni più che possibile tornare ben oltre gli 8 metri?

Nello sport, come nella vita, ci vuole anche fortuna, ma io mi sento sicuro di poter andare ancora ben oltre tale quota. Di quanto non posso dirlo, ma abbastanza per poter credere nella mia terza Olimpiade.

Adesso sto bene, in allenamento ho già avuto dei buoni riscontri ma, soprattutto, dopo tanti anni, ho imparato a convivere al meglio con il mio piede sinistro, quello della rottura del tendine di Achille.

Già, per te deve essere stato un problema enorme, anche a livello inconscio, al punto che a un certo punto della carriera hai anche cambiato il piede di stacco.

Hai detto bene, il problema del piede sinistro me lo sono trascinato per anni, sia nei salti che nella corsa. 

Il problema, però, era effettivamente maggiore nello stacco in quanto arrivando io molto veloce, dopo oltre 50 metri di rincorsa, avevo sempre un frazione di millesimo di paura che, spesso, era deleteria.

Per questo, a un certo punto, abbiamo deciso di cambiare il piede, passando al destro, ma certamente non è stata una scelta agevole da portare avanti con risultati insoddisfacenti che poi, in qualche modo, minavano le mie convinzioni mentali.

Poi però nel 2017 sei ritornato sopra gli 8 metri. Che piede di stacco usavi in quel periodo?

La verità è che per quanto mi sia impegnato ed abbia cercato di adattarmi, un conto è fare un gesto fisico estremo con il proprio arto naturale, quello con cui ti è sempre riuscito tutto meglio, sin da bambino, un conto è usare l’altro. Non sarà mai la stessa cosa.

Quindi, dopo anni abbastanza bui, sono tornato a staccare di sinistro, come appunto nel 2017, ma poi sono subentrati altri problemini fisici, in particolare una mini contusione ossea nell’astragalo, che mi ha condizionato notevolmente facendomi decidere, per un po’, di abbandonare per l’ennesima volta il salto in lungo.

Insomma una lunga storia fatta di tante differenti situazioni, tanta sofferenza fisica, ma sempre un’enorme volontà e positività, che poi è lo specchio del tuo carattere.

Ti ringrazio, in effetti ormai da qualche mese, come ti ho già detto, sono convinto di avere risolto ogni residuo problema per cui sono certo di poter tornare a saltare seguendo le mie caratteristiche naturali e con il mio piede più forte.

Questo è quanto mi rende così ottimista e questo il motivo principale per cui ho deciso di tornare al lungo, pur continuando anche ad allenarmi per fare le gare di velocità. 

Grazie Andrew, vorrei sapere da te mille altre cose ma ci sarà certamente un’altra occasione. Ti chiedo solo una cortesia, a titolo personale: i 400 metri, lasciali perdere però in futuro….

(Ride) Certo su questo puoi stare tranquillo e a tal proposito voglio raccontarti un piccolo aneddoto. 

L’anno scorso, a metà giugno ho fatto un 100 metri a Firenze. Certo, c’era un po’ di vento contro ma, in quel periodo, ero talmente condizionato dal ritmo gara che dovevo prendere nei 400 che sono partito pensando appunto di dover fare il giro di pista e il risultato è stato 10″75.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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