Fedrick Dacres (foto trackalerts)
Fedrick Dacres (foto trackalerts)
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Dopo il ritiro di Usain Bolt e il vivacchiare dei velocisti rimasti in servizio, il miglior atleta giamaicano non parte dai blocchi ma spedisce verso il cielo un attrezzo molto classico in un gesto sfruttato dalla statuaria classica: il disco.

Fedrick Dacres, 1,91, è appena più basso di Bolt, e più pesante, appena oltre il quintale, neppure da paragonare con avversari giganteschi: Daniel Stahl, 2,05 per 150, l’austriaco Lukas weisshaidinger, 1,96 per 136, tanto per fare due esempi.

L’anno scorso, 70,78; quest’anno, appena più corto, 69,67. Non è il primo (ma come si dice? afro, nero, di pelle scura, non caucasico: ormai è difficile cavarsela…) a lanciare a più di 70 metri.

Prima di lui, due cubani, Luis Mariano Delis, 71,06, e Juan Martinez, 70 esatti, entrambi attivi negli anni Ottanta. Detto per inciso, Delis è quello che venne fregato a Mosca ’80: l’ultimo lancio venne misurato con una certa “manina secca” dai giudici sovietici e testimoni assicurano che gli sottrassero almeno un piede, una trentina di centimetri. Vinse il russo Viktor Rashchupkin, un signor nessuno, con 66,64 e Luis Mariano, che al posto del torace aveva una cassetta degli attrezzi, finì terzo con 66,32.

Che i cubani lanciassero il disco non stupiva: l’amicizia con i paesi socialisti aveva portato nell’isola tecnici russi, polacchi e di altri paesi della “sfera”. Avevano trovato eccellenti “materiali” su cui operare, non solo nello sprint. Il salto triplo è la serra che ha prodotto più fiori e frutti, senza dimenticare che i cubani in un certo periodo hanno detto la loro anche nel fioretto. Di baseball, pallavolo e pugilato non è il caso di parlare.

In Giamaica, situazione diversa. Sport praticati, due: cricket e atletica, un’atletica circoscritte alle corse brevi: unica eccezione, Arthur Wint che, dopo l’oro dei 400 nel ’48, andò vicino due volte a diventare campione olimpico degli 800. Per sua sfortuna, sia a Londra ’48 che a Helsinki ’52, trovò un un fuoriclasse come Malvin Whitfield.

Non è il caso di ripercorrere capitoli noti, rileggere storie che tutti conosciamo (ad esempio quella della ciucca nazional-collettiva dopo il successo nella 4×400 a Helsinki), addentrarci nella saga moderna scritta da Usan Bolt, capace di scolpire qualcosa di paragonabile ai marmi Elgin.

I giamaicani e le giamaicane hanno avuto i loro anni di tuono, ora sono un po’ appassiti, ma possono contare su una legione di adolescenti che, al momento delle finali scolastiche, assicurano il tutto esaurito al National Stadium, adorno delle statue di Wint, di Bolt e di Merlene Ottey.

A questo punto, non resta che parlare di Dacres, del suo singolare 70,78 arrivato dopo un notturno Var (da nullo di pedana a buono), record nazionale e del Commonwealth, che porta il giovanotto in una confraternita di tedeschi est ovest e unificati, di americani, polacchi, baltici, ceki, svedesi, russi, una dozzina dei quali (cubani compresi) con peccati chimici a macchiare i loro curricula.

Fedrick, vicecampione del mondo a Doha alle spalle del “frigorifero” Stahl, ha 26 anni, è stato campione mondiale under 20, è allenato da Julian Robinson (“un terribile pignolo che non trascura alcun particolare” dice Fedrick) e viene da una scuola con un nome eloquente sulla provenienza della popolazione che da quattrocento anni abita l’isola: Calabar.

A volte basta un nome per far aprire un volume di storia, di storia sociale, di orrori, di sport.

Calabar è in Nigeria, in quello che originariamente era il Protettorato dei fiumi dell’olio, il petrolio, il Niger. Prima di iniziare ad attingerlo, da quelle parti i bianchi – soprattutto portoghesi, spagnoli e olandesi, alleati con i mercanti arabi dell’interno – attingevano uomini, donne e bambini destinati alle piantagioni di Giamaica, Barbados, Trinidad e alle colonie d’America. Le razzie dei negrieri interessavano le tribù note per caratteristiche di forza e resistenza. La prima selezione veniva dopo la marcia verso la costa, la seconda dopo gli inumani viaggi attraverso l’Atlantico.

Essendo stati spazzati dagli spagnoli già pochi anni dopo la scoperta di Colombo, i caribici originali (secondo la Chiesa era assai dubbio possedessero un’anima), i caribici d’importazione sono quelli che ci appaiono oggi: il meglio in circolazione.

E così è normale che Dacres lanci il disco molto lontano e che, al fianco di Stahl possa puntare al titolo di pretendente al record del mondo, 74,06, di Juergen Schult (sassone e ddr) che ha appena compiuto i 34 anni di permanenza in vetta.

Qualche particolare ancora da ritoccare ma con un pignolo come Robinson di mezzo, tutto diventa possibile. Anche un Discobolo in marmo nero.

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