Leonardo Fabbri-David di Michelangelo (foto archivio)
Leonardo Fabbri-David di Michelangelo (foto archivio)
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A stagione finita, è consentito tirare le prime somme. Il numero 1 dell’atletica italiana è il numero 2 del mondo quando c’è da tirare una palla di 16 libbre, ossia sette chili e un quarto: Leonardo Fabbri, nato lo stesso giorno del Genio, Leonardo da Vinci, con cui condivide il nome, 15 aprile, 545 anni dopo. Anchiano e Bagno a Ripoli non sono molto distanti.

Fabbri è un gigante armonioso e più che di Leonardo avrebbe attirato l’attenzione di Michelangelo Buonarroti, fiorentino che vide la luce a Caprese, nell’Aretino.

Tra tutte le arti e le attività intraprese, fra tutti i progetti e le tecniche innovative (non sempre efficaci o, in certi casi, disastrose), la scultura non coinvolgeva Leonardo, che ebbe a dire che lo scultore finisce la sua giornata impolverato come uno scalpellino. Michelangelo non gradì la battuta.

Quando ottenne il blocco da cui fece affiorare il David (“un buon pezzo di carne, ma forse troppo stretto dove, a occhio, scolpirai la vita” osservò uno quei cavatori e artigiani di cui Michelangelo aveva grande stima e consuetudine), girò per le strade di Firenze alla ricerca di figure che potessero aiutarlo, ispirarlo in quello che doveva essere un rovesciamento concettuale del racconto biblico: David non doveva essere il fanciullo efebico di Donatello o il ragazzo con la piccola daga fuso dal Verrocchio.

Doveva essere un gigante, armato con la più antica e semplice delle armi, la fionda. Prima di cingere la corona e suonare l’arpa, David era un lanciatore e quel sasso che atterrò Golia doveva avere una certa consistenza. La Bibbia non precisa peso e dimensioni. Sedici libbre?

Nelle strade di una Repubblica in pericolo, Buonarroti schizzava con il carboncino i corpi, i movimenti, le torsioni dei bottai, dei fabbri, dei renaioli, degli sterratori per rielaborare, al lume della candela, quel che aveva visto alla luce del sole.

Quel che concepì si rivelò, in un cambiamento di prospettiva radicale, rivoluzionario e non mancò di offrire un contenuto politico rivolto alla città minacciata: l’ardimento di un gesto, il coraggio, la calligrafia portata alla perfezione naturalistica costituivano un manifesto ideologico e una pulsione.

Chi visita l’Accademia e, oltre che dall’amore per l’arte, è affetto dalla passione profonda per l’atletica, può trasformare quella sala che va a chiudersi nella rotonda dove risiede il David, in un viaggio nella tradizione fiorentina del peso: è solo necessario battezzare ciascuno dei quattro prigioni, che sembrano volersi liberare dal “non finito” michelangiolesco, con i nomi di Angiolo Profeti, Silvano Meconi, Marco Montelatici, Alessandro Andrei.

L’ultimo arrivato, Leonardo, per quel che ha combinato e per quel che ha intenzione di fare, merita il posto d’onore. Mastro Paolo Dal Soglio è l’unico non toscano in questa saga, ma può rivendicare un vertice di carriera centrato in Maremma, a Grosseto.

Fabbri, che non è stato ritenuto un soggetto televisivo, è in compenso e senza dubbio alcuno un soggetto classico, un modello che avrebbe provocato, per proporzioni, possanza, equilibrio, coordinazione nei movimenti, l’entusiasmo del tormentato titano del Rinascimento.

Al confronto, Ryan Crouser avrebbe potuto ispirare la penna e l’inchiostro di Al Capp, l’inventore di Li’l Abner, l’ingenuo montanaro degli Appalachi apparso per decenni, in forma di striscia, su quotidiani e riviste di fumetti.

Concludendo in un lampo, lungo quanto quello in cui la palla viene rilasciata nell’aria a disegnare la sua parabola, tra i due ci saranno anche 92 centimetri, ma sotto il profilo artistico non c’è match.

 

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