Buon compleanno a Carl Lewis

Il figlio del vento compie 60 anni

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Carlton Frederick Lewis compie oggi 60 anni essendo nato a Birmingham in Alabama, nel profondo Sud degli States proprio come Jesse Owens il quale, proprio come fece poi Lewis, emigrò successivamente al Nord. L’Ohio per Jesse, il New Jersey per Carl, destinato più tardi al sole e alla libertà di Santa Monica in California.

La leggenda narra che le prime parole di lode, Lewis le ricevette in dono proprio da Owens: “È piccolo, ma si dà da fare: prendete esempio da lui”, disse il vecchio con quel suo sorriso ingenuo, alzando il mento verso quel ragazzino che non aveva vinto neanche una garetta, ma si impegnava con una serietà inusuale dentro quella masnada di scugnizzi che partecipavano agli inviti all’atletica promossi dall’uomo di Berlino, diventato piccolo imprenditore nel ramo delle lavanderie.

Carl non era Mozart. Semmai era Carol che poteva impersonare Nannerl, la sorella di Amadeus. Lei sì andava forte, saltava lungo, più di Carl. Sino a quando Carl crebbe, sbocciò e, nel tempo in cui le notizie praticavano un piccolo galoppo attraverso le telescriventi, le riviste o i ritagli inviati da qualche amico residente all’estero, venne rivelato che in Usa c’era un ragazzo che correva i 100 in poco più di 10” e saltava molto più di 8 metri.

La prima occasione per vederlo dal vivo fu la Coppa del Mondo ’81 a Roma, quando Primo Nebiolo fece tracciare una nona corsia all’Olimpico perché l’atletica del boom azzurro doveva esserci.

Lewis aveva vent’anni appena compiuti, corse i 100 e finì ultimo sfiorando gli 11”, abbagliato da una falsa partenza che non c’era stata. Il tamburo di latta trasmise che la sera, nella squadra americana, erano scoppiati disordini e che qualcuno (bianco) aveva tentato di colpire il ragazzo. Rigurgiti razzisti, più o meno lo stesso scenario di Mexico ’68, dopo che Smith e Carlos avevano alzato il pugno guantato e stavano per essere spediti a casa dopo aver causato quell’insostenibile vergogna.

Il momento più alto della vita di Carl è stata una sconfitta. Per rispolverare un gran racconto di Hemingway, interpretata da invitto.

Per rivivere il 30 agosto 1991 allo stadio nazionale di Tokyo, finale del lungo alla terza edizione dei Mondiali, non è il caso di ricorrere a ricostruzioni barocche, troppo ricche di parole, né sono necessarie troppe note per tentar di riassaporare il clima della vigilia quando, a quasi 23 anni di distanza, la demolizione del record di Bob Beamon sembrava scontata quanto il nome del demolitore: lui.

È già tutto scritto nel foglio gara, turno dopo turno: Carl passa in testa dopo il primo salto atterrando a 8,68. Al terzo, con vento leggermente oltre la norma (2,3 a favore) allunga a 8,83, e al quarto forza le colonne d’Ercole messicane regalando il più lungo salto della storia, 8,91 con 2,9 alle spalle.

Carl Lewis (foto archivio World Athletics)
Carl Lewis (foto archivio World Athletics)

Sarà anche irregolare ma lo stadio mormora come un’immensa conchiglia. A quel punto Mike Powell è distante 37 centimetri e la gara sembra sopravvivere solo in forza di ogni rincorsa di Carl, purosangue volante che all’asse si avvicina con quell’assetto nobile, a ginocchia alte, prima di tranciar l’aria.

Alle 19,07 il vento umido cade, Mike cerca e trova la grazia, scova un decollo formidabile e mette a segno il più bel tiro da tre punti della sua carriera di giocatore mancato: l’8,95 con una brezza pressoché inesistente è la cometa attesa da quasi un quarto di secolo.

Powell la saluta spalancando la sua grande bocca in un sorriso estatico, non beffardo, e salta, questa volta in alto, avviticchiandosi nell’aria spessa, scosso da una scarica elettrica, senza esser colto da collasso come era capitato a Beamon.

Carl non offre nessun sorriso, neppure quello immobile della sfinge, non si sente derubato e risponde con un record personale portato a 8,87, che lo colloca tuttora terzo di sempre, ed è capace di tener ancora la testa fredda e sgombra per l’ultima rincorsa, lanciata in condizioni ideali, con un vento benigno appena sotto i 2 metri: 8,84.

In un grafico impazzito, la media dei quattro salti validi di Powell dà 8,40; in un grafico piatto, la media dei cinque salti validi di Lewis è 8,82. Per scendere in minuti particolari, Carl cede in un solo turno a Powell, perde la corona e non atterra sul record.

Ebbe anche la meglio per velocità espressa in fase di entrata sull’asse di battuta, oltre 11 metri al secondo. Powell li sfiorò soltanto in occasione del record che una misurazione virtuale dal punto dello stacco alla prima traccia sulla sabbia accreditò come 8,98.

Dove risiede allora il segreto del suo successo? L’ipotesi più salda sta nel decollo e nella capacità di spingersi più in alto nell’aria. Meno di un anno dopo, in condizioni favorevoli e illegali (2050 meri sul livello del mare, a Sestriere, e 4,4 di vento a favore) Powell avrebbe toccato 8,99, a meno di mezzo pollice dalla barriera che nessuno ha saputo infrangere.

Nei quindici testa a testa con Carl, Mike aveva collezionato quindici sconfitte e a cedere sarebbe tornato di lì a un anno sulla pedana di Barcellona provando a rifilare un secondo diretto al mento all’ultimo round. Lewis, 8,67 al primo turno, rimase in piedi per tre centimetri e per il terzo oro filato. Rumble a Montjuich.

Lewis è stato, con Owens, il più grande lunghista della storia. Jesse offrì poche, solidissime prove di sé (la prima incursione umana oltre la barriera degli 8 metri, con l’8,13 del 25 maggio 1935 a Ann Arbor nel suo giorno dei giorni, e con l’8,06 che gli valse l’oro olimpico a Berlino ’36), Carl molte e temprate nel titanio.

Le lacrime di Atlanta, la sera del 29 luglio 1996, riuniscono l’addio, ormai appollaiato sul filo dell’orizzonte (verrà pronunciato l’anno dopo) e la gioia per il quarto asso pescato nell’infinita mano olimpica. Solo Al Oerter, il discobolo scolpito ad Astoria, aveva saputo fare altrettanto dal ’56 al ‘68 mettendo in fila tre generazioni di pretendenti, molto spesso approdati all’appuntamento con credenziali più solide.

Carl Lewis (foto m social magazine)
Carl Lewis (foto m social magazine)

A 35 anni colui che veniva etichettato come il Figlio del Vento, non possedeva più le magnifiche ali dei suoi anni di tuono e interpretò una qualificazione da thrilling: due nulli prima di piazzare l’8,29 che lo proiettò primo tra gli eletti.

Il giorno dopo vinse una gara più commovente che elettrizzante: regolato il campo con 8,50 al terzo turno e lasciato Powell a quattro posizioni e a 33 centimetri, Carl tornò a vestire gli umili panni dell’esordiente radioso raccogliendo in un sacchetto un pugno della sabbia della buca. “La porterò a casa”.

Un trofeo non meno importante delle nove medaglie d’oro che, da Los Angeles in poi, costituiscono il suo patrimonio. L’accumulazione era iniziata al Coliseum con la quaterna owensiana.

Il lungo era il suo regno, l’antro delle sue meraviglie, il luogo di una coscienza che poteva accendersi all’improvviso. Fu ai campionati americani di Indianapolis dell’82 che costrinse un navigato fotografo come Giuliano Bevilacqua a pregare i giudici perché dessero buono quel suo balzo che lo aveva portato all’ultimo avamposto sabbioso: più di nove metri, di sicuro, nullo per un’unghia, per l’ombra di un’unghia.

E fu ancora a Indianapolis, nei Trials per Seul, che Larry Miricks intravvide la possibilità di batterlo una volta nella vita, a day in the life dicevano i Beatles. 8,74, record personale, per Larry. Per chiudere la gara mancava solo un salto e cominciava a cadere qualche goccia.

La pioggia diventò fitta in un attimo e da questo velario si materializzò lui, staccandosi da terra, atterrando in un grande splash: 8,76. “Io questo non lo batterò mai”. Infatti. E fu sui vecchi e ballonzolanti legni del Madison Square Garden, Millrose Games dell’inverno ’84, che piazzò 8,79.

Lewis non cercò mai un record del mondo. Quando accettò di salire al Sestriere, arrivò, attorniato dalla sua corte, giusto il pomeriggio prima delle gare, al solito mattutine, fredde e ventose. Nel riscaldamento indossò il tuxedo, la tuta che voleva simulare l’eleganza formale dello smoking. Quando toccò a lui, corse sotto i 20” arrivando a braccia alzate, ampiamente meritevole della borsa (ricca) che gli era stata destinata.

E subito si accese il dibattito: “Una settimana di ambientamento e il record di Mennea sarebbe stato abbattuto”: il mondo dell’atletica è formato da chierici che tirano l’alba con queste diatribe.

Una delle più accese riguarda un amico di Carl, Mike Marsh, che nella semifinale olimpica di Barcellona arrivò in totale decontrazione nell’oh stupito del pubblico di Montjuich: 19”73, a un centesimo da Pietro il Grande.

Quella sera, come in un concilio dei primi anni della cristianità, si formò almeno un paio di partiti, scatenati a discutere di possibilità perdute e di probabilità in divenire.

Con quanti appoggi convinti in più Marsh avrebbe potuto correre in 19”60, 19”65?”. “Di quanto abbasserà in finale il record di Mennea?”.

Marsh corse contratto e riuscì a portare casa vittoria e titolo in 20”01 confermando che gli exploit sono chiusi dentro il baccello di attimi spesso sfuggenti. Carpe record, consigliava un poeta latino. Carl preferì volare ancora più alto, cogliendo attimo dopo attimo.

Filippo Tortu - Carl Lewis ( foto Sprint Academy)
Filippo Tortu – Carl Lewis ( foto Sprint Academy)

Diventò primatista del mondo dei 100 a tavolino, dopo la caduta luciferina di Ben Johnson. “Aveva gli occhi gialli: l’ha fatto di nuovo”, scrisse nella sua autobiografia, ripercorrendo la finale di Seul quando Big Ben gli fuggì via per andare ad abbattere ancora il record del mondo, portarlo a livelli quasi boltiani – 9“79 – ed esibendo, almeno quel giorno, una potenza quasi gentile, in un gioco di spinte cercate e trovate che allontanò lo stereotipo del bombardiere nero.

Quella vittoria, quel record durarono lo spazio di un esame antidoping. La scoperta dello stanozol, la fuga, la vergogna, l’infrangersi di un idolo e il concreto timore che tutta l’Olimpiade potesse finire in pezzi in quella notte in cui i Signori degli Anelli si trovarono di fronte a un clamoroso (?) sacrilegio.

Fu in forza dell’uragano che soffiò e in ragione della retroattività applicata dopo la lacrimosa confessione del canadese di Giamaica (“per tutta la mia vita sportiva ho assunto doping”) che Carl si ritrovò primatista del mondo con il 9”93 di Roma ’87 e poi con il 9”92 di Seul: due primati del mondo partoriti da due secondi posti.

Avrebbe rimediato a Tokyo, cinque giorni prima del sublime scontro nel lungo, nella finale che Linford Christie congelò in una magnifica frase: “è stato come tornare bambini quando si andava a veder passare i treni”.

Christie fu quarto in 9”92: davanti a lui Dennis Michell 9”91, Leroy Burrell 9”88, soprattutto Carl 9”86: 83 centesimi per bruciare il tratto tra i 70 e gli 80, 86 per gli ultimi dieci metri.

Maestoso, e altro aggettivo non viene in mente. Ineguagliato nella corsa di rimonta. Un maxi veltro in grado di acchiappare qualsiasi lepre.

Il gioco del se non vale. Per lui, sì. Carl Lewis avrebbe potuto saltare 10 yards, 9 metri e 10, correre i 100 in in 9”70 (in quella dimensione entrò sulle ali del vento sulla gomma amatissima di indy: 9”78 con vento molto forte, superiore ai 5 al secondo) e i 200 in 19”50.

Amava gareggiare, anche quando il motore non era a punto e perdeva spesso. Il 1° luglio 1999, per i suo trent’anni, fu salutato dalla corale di Villeneuve D’Ascq che cantò Happy Birthday: era una serata fredda e autunnale e la pellicola del remake della sfida Carl versus Ben venne triturata dal mondo che cambiava: lui quinto, Johnson ultimo, prima di sparire definitivamente.

Lewis perdeva spesso perché non si centellinava: se gli andava di gareggiare, gareggiava. Apollineo o dionisiaco? Allusivo? Enigmatico? Fece pubblicità alla Pirelli calzando un paio di scarpe rosse, da ballerina di flamenco, con tacchi vertiginosi, e qualcuno la prese come confessione sulla sua natura. Outing, usa dire oggi. Quando decise di smettere, chi ama l’atletica ha detto: ci mancherà, vi mancherà.

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