Kiplimo-Cheptegei (foto world athletics)
Kiplimo-Cheptegei (foto world athletics)
FASTWEB

E’ nata una nuova potenza, è l’Uganda condotta da Joshua Cheptegei e da un piccolo, giovanissimo principe, Jacob Kiplimo: record del mondo e titoli iridati in dodici mesi in cui il mondo ha sbandato. Loro, no.

Poco più di mezzo secolo fa, in Messico, e in una settimana che non potrà essere dimenticata, l’Africa del primo fiore di Abebe Bikila, della parentesi coraggiosa di Wilson Kiprugut a Tokyo, sbocciò violenta, commovente, reale.

E’ l’affacciarsi di una potenza, è un rullare di tamburi nella notte, e la saga è scandita dalle accelerazioni di Naftali Temu che, dopo aver schiantato Ron Clarke (riverso sul prato, la maschera ad ossigeno a nascondere il volto disfatto dell’australiano che subisce come coltellate le variazioni di ritmo), lascia alle spalle altra Africa, quella etiope di Mamo Wolde, quella araba del tunisino Mohamed Gammoudi.

Qualche giorno dopo, tocca ai saltafossi: può esserci distanza più adatta dei 3000 siepi per chi vive in un ambiente che l’uomo non ha stravolto, per chi corre su vene d’argilla rossa, per chi deve evitare spine d’acacia e scavalcare torrenti che la stagione delle piogge rendono tumultuosi e quella secca in distese di sassi?

Sugli ostacoli distribuiti lungo i sette giri e mezzo che ripropongono le difficoltà della corsa campestre, Ben Kogo e Amos Biwott non hanno una tecnica primordiale, non ne hanno affatto.

Scavalcano in qualche modo e, atterrati, spingono come disperati verso la successiva barriera. Gli europei escono distrutti dal confronto con chi ha dimestichezza ancestrale.

Al trionfo messicano manca solo la gemma della corona: la incastona, in fondo ai 1500, il regale Kip Keino sfruttando un gregario di extralusso che se n’è andato da poco, Ben Jipcho, per domare Jim Ryun, lasciarlo a tre secondi, spazzando in quei tre minuti e mezzo, sotto un vento divino, i favori del pronostico e gli sforzi di una preparazione che la speranza americana aveva condotto sull’alta sierra.

C’è una foto che stabilisce il distacco, ed è lo stesso che corre tra Mercurio e un mortale.

La loro Africa non è che agli inizi, scandita dai 22 piazzati tra i primi otto tra 100, maratona e triplo, 4×400 compresa, con il Kenya che vince la gara degli umani alle spalle degli stellari Stati Uniti schierando nel quartetto il masai Daniel Rudisha che darà al mondo il meraviglioso David.

Un continente in marcia: nelle posizioni che lasciano il segno c’è posto per atleti che vengono da ogn tipo di Africa, quella orientale di Kenya Etiopia e Uganda, quella araba della Tunisia, quella subsahariana del Senegal, quella isolana del Madagascar.

Il miglior modo per capire qualcosa dell’Africa che corre è andare in quell’Africa, lasciare l’inquinata e disperata Nairobi, salire alle colline Ngong per finire nel fascino estenuato e maternalistico di Karen Blixen, passare sotto l’arco che segna l’Equatore, saltabeccare tra un fosso e un dosso, giungere sul ciglio della più profonda scarpata del mondo – la Rift Valley – scenderla, trovare una magnifica foresta di alberi degli elefanti (ma gli elefanti sono spariti), risalire, farsi accogliere a Eldoret da giraffe che sembrano messe lì dall’ufficio del turismo, iniziare la ricerca della gente e dei luoghi, salire sino ai 3000 metri di Kapsait traversando piantagioni di caffè (magnifiche bacche rosse), schizzare nella mente i percorsi sassosi o di terra compatta che loro percorrono un giorno dopo l’altro, annotare la loro dieta: polenta grigia, verdura senza conservanti, carne di capra arrostita sulla griglia.

Fu la merenda che venne servita ai pellegrini che erano saliti sin lassù e accoglierla da schizzinosi o adducendo problemi di stomaco o di digestione sarebbe stato degno del comportamento dei bianchi in Africa. Sprezzante, violento, mascherato da apparenti buone, suadenti, ingannevoli maniere.

E’ stato in quel Kenya, tra il confine con l’Uganda, Eldoret e le colline Nandi che hanno visto la luce generazioni di campioni, capeggiate come un pater familias proprio da Keino che, avuto diritto alla posterità con l’immagine del magnifico assetto di corsa stampato sulla banconota da venti scellini, lassù tiene famiglia patriarcale e produce miele e formaggio come un re pastore.

E’ stata una lunga ondata nera che ha recato il talento assoluto e pazzo di Henry Rono e dei suoi sessanta giorni (quattro record del mondo nei 3000, 5000, 10000 e 3000 siepi) che rivoluzionarono il mezzofondo, che ha offerto meteore e stelle molto solide (Paul Tergat, re dei prati, può essere un magnifico esempio), che ha portato alla ribalta campioni di un’eleganza insuperata.

E qui è necessario abbandonare quell’area e spostarsi a nord, nei paesaggi lunari attorno al lago Turkana dove vive la magnifica tribù da cui venne Paul Ereng, principesco, distaccato, travolgente. E tutto cominciò a Messico, nella sorpresa e nella gioia in cui tutto finimmo per essere coinvolti.

Fastweb Fibra