Luigi Beccali (foto Running Gazzetta)
Luigi Beccali (foto Running Gazzetta)
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Se il 5 ottobre 1930 il bordolese Jules Ladoumegue venne portato in trionfo dai tozzi e forzuti giocatori di rugby del Racing (primo della storia sotto i 3’50”), l’omaggio a Luigi Beccali per aver uguagliato in 3’49”2 il record del mondo del francese venne dai compagni della squadra universitaria cui era toccato, con i colleghi di un buon numero di paesi, dar vita ai Mondiali del ’33.

Beccali era stato uno dei protagonisti della gara parigina che ebbe come teatro lo stadio intitolato a Jean Bouin: quel giorno il distacco che subì dall’elegante “Lado” risultò abissale, più di otto secondi.

Tre anni dopo, da campione olimpico in carica, la distanza venne colmata.

Il miglio metrico aveva due padroni e quel temporaneo pareggio venne segnato in uno stadio torinese nuovo di zecca che avrebbe ospitato alcune partite del mondiale di calcio, il primo vinto dall’Italia di Vittorio Pozzo, e di lì a poco la prima edizione degli Europei, un altro punto saldo e caldo nella vita di corsa del milanese purosangue dai capelli ordinatamente ravviati, con scriminatura centrale, del campione che vestì il “royal blue” della Pro Patria.

Quel 9 settembre 1933, alle sue spalle, a sei decimi, finì Jack Lovelock: il nome del neozelandese tornerà e ritornerà sino a formare una vita parallela.

Luigi, per tutti Nini, aveva 26 anni ed era nella migliore forma della sua vita: di lì a otto giorni, senza aver mai inteso interpretare il ruolo di cacciatore di record, realizzò, in pieno accordo con il mentore Dino Nai che il momento era giunto e l’occasione era offerta da un Italia-Gran Bretagna di fine stagione: all’Arena, che al tempo aveva un anello di 500 metri, passò gli 800 in 1’59”4, corse gli ultimi 300 in 42” e scese di due decimi, sino a quel 3’49” che lo liberava della compagnia di Ladoumegue che, accusato di aver ricavato denaro da alcune sue esibizioni, non era sceso in pista al Coliseum, affiancandosi, nella lista dei grandi esclusi dai Giochi di Los Angeles, a Paavo Nurmi.

E così la scena si sposta fatalmente all’indietro, al 4 agosto 1932, a uno stadio dalle arcate classicheggianti gremito di 65.000 spettatori, a una finale che il canadese Philip Edwards e l’americano Glenn Cunningham interpretarono come un testa a testa, una questione privata.

Non avevano fatto i conti con il britannico John Cornes e soprattutto con Nini: l’ultimo giro diventò una caccia all’uomo: Cunningham venne agganciato sull’ultima curva, Edwards quando il rettilineo finale era stato ormai imboccato. Con 3’51”2 il record olimpico del finlandese Harry Larva, quattro anni prima a Amsterdam, venne demolito di due secondi spaccati.

La mattina dopo, al Villaggio Olimpico, gli azzurri improvvisarono un tappeto rosso che venne solcato da piedi magici di Beccali.

L’acrobatico Douglas Fairbanks e Mary Pickford, fidanzata d’America, vollero incontrare l’italiano dal sorriso ribaldo e dal finale elettrico. Non è noto se abbiano fatto a Nini offerte per una sua apparizione sul grande schermo ma è certo che il suo amore per l’America ebbe inizio in quei giorni felici.

Tre anni dopo il record del mondo all’Arena, il 4 agosto 1936, Berlino olimpica mandò in scena quella che per trama, cast, svolgimento, risultati prodotti, viene considerata una delle più grandi gare di tutti i tempi.

Al via, sei dei primi sette di Los Angeles, a cominciare da chi – Luigi – metteva in palio la corona, arricchita dai record mondiali del ’33 e dal titolo europeo dell’anno dopo.

Lovelock, settimo quattro anni prima, era salito in quello stesso anno sulla cresta dell’onda vincendo, con il record del mondo, 4’07”6, il miglio dell’incontro universitario tra la selezione americana di Princeton/Cornell e quella britannica Oxford/Cambridge.

Studente di medicina a Oxford grazie a una borsa di studio Rhodes e campione ai British Empire Games del ’34, Jack stava studiando su se stesso gli effetti di uno sforzo prolungato.

Alla disfida berlinese mancavano soltanto William Bonthron che a Milwaukee aveva ritoccato il record di Beccali portandolo a 3’48”8 ma aveva fallito ai Trials, e il piccolo e occhialuto britannico Sydney Wooderson, che dopo la semifinale lamentò una frattura alla caviglia: avrebbe avuto il suo momento di gloria un anno dopo, a Londra, con il record mondiale del miglio portato a 4’06”4.

Cunningham prese la testa nel primo giro, per esser rilevato dallo svedese Ny che alla campana provò un attacco.

Da dietro sbucò Lovelock che offrì un primo, forte cambio di velocità. Cunningham lo seguì e ai 300 finali notò un certo rallentamento da parte del neozelandese. Era solo una tattica ben pianificata: Jack ripartì violento e chiuse in 3’47”8 (42”4 gli ultimi 300, 27”2 i 200 finali), un secondo netto sotto il record trascinando Cunningham al secondo tempo di sempre, 3’48”4.

Per la medaglia di bronzo Beccali bruciò l’americano Archie San Romani e Edwards esprimendosi in 3’49”2 ai suoi massimi livelli. “Ma avrei potuto far meglio se chi comandava non mi avesse costretto al riposo scombussolando il piano che io e Nai avevamo preparato per l’avvicinamento alla finale”.

Certe vecchie teorie faticavano a finire nei ripostigli delle cose inutili o dannose. Nini raccontava che, prima di passar sotto le cure di Nai, aveva ricevuto l’ordine d bere pochissimo. “Ma lei cosa fa? Corre? E allora beva quanta acqua vuole”, si stupì un medico trovandolo vicino alla disidratazione.

Di quegli scontri memorabili rimane una magnifica foto, scattata poco prima della guerra in un ristorante di New York: Beccali, Lovelock e Cunningham sono eleganti e sorridono all’obiettivo.

In quella città Lovelock sarebbe morto dieci anni dopo, cadendo tra i binari della stazione di Brooklyn.

Nini stava per iniziare serie di attività che l’avrebbe portato, più tardi, nel campo dell’import-export, specie in campo vinicolo, e a ottenere, a metà degli anni Cinquanta, la cittadinanza americana, senza mai dimenticare una parola di milanese.

Era nato dalle parti del Redefossi e ne era orgoglioso.

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