Joshua Cheptegei (foto organizzatori)
Joshua Cheptegei (foto organizzatori)
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Nell’attenta cronaca del sito di World Athletics hanno notato che di passaggio Joshua Cheptegei ha corso i 5000 in poco più di 13’07, un tempo che sta a cavallo tra i due record del mondo lasciati sulla distanza dal meraviglioso e bislacco Henry Rono: 13’08″40 nel memorabile poker del 1978 e 13’06″20 dell’81, che risultò l’ultimo urrà dell’allievo più o meno disciplinato da Joe Chaplin.

La seconda parte, in solitudine e in 13’04 (per il 26’11″00 finale), si è trasformata in una lezione di ritmo così armonioso da non risultare mai violento.

Tutti i giri che Kenenisa Bekele quindici anni fa portò a termine in 64 secondi, venivano percorsi da Joshua in 63, anche qualche decimo in meno.

L’elettrico finale dell’etiope (3’52 l’ultimo 1500, quanto il record mondiale di Nurmi nel 1924, e 57″1 dalla campana alla fine) ha impedito che il progresso fosse ancora più sostanzioso, fermandosi a sei secondi e mezzo.

I raffronti con il passato hanno un certo fascino. Se a Montecarlo (12’35″36, due secondi per togliere a Bekele il primo feudo) Cheptegei ha lasciato Vladimir Kuts a un minuto, questa volta, prima cavalcando il raggio verde che lo guidava poi, ormai solitario, lasciandolo dietro ai calcagni, ha staccato Ron Clarke di 1’28 che, per la velocità sviluppata e mantenuta, fanno più o meno 550 metri.

L’australiano, gran digiunatore quanto a titoli e medaglie, rimane il più grande devastatore: 27’39″4, trentasei secondi di progresso in una botta, a maggior gloria del luogo che lo ospitò, il Bislett di Oslo. Anche in quel caso una cavalcata solitaria – il britannico James Hogan finì a 1’40 – con un passaggio a metà strada che fece epoca: 13’45.

Nell’evo moderno il record mondiale dei 10000 è sempre venuto in tentativi di record (Zatopek, Kuts, Clarke) o in meeting di prima e primissima schiera, a parte in un’occasione.

E così va reso onore a Lasse Viren, che centrò il primato quando lanciò il primo dei suoi quattro acuti olimpici. Quel giorno, 3 settembre 1972, Lasse, caduto poco prima di metà gara, estorse un secondo al tempo del campione dello stato di Victoria, considerato intoccabile, costringendo Emiel Puttemans ad esprimersi oltre il meglio: 27’39″6, terzo di sempre. Miruts Yifter arrivò nei pressi in 27’41″0.

Haile Gebrselassie, tre successivi progressi sino al 26’22″75 firmato quando Cheptegei aveva due anni, dell’ugandese dice meraviglie: “Una superstar, un campione in grado di attaccare la barriera dei ventisei minuti”.

La previsione fa rizzare i peli: 13:00 più 12:58?. E Addy Reuter, allenatore di Joshua (olandese come tutta l’organizzazione che ha come nume tutelare Jos Hermens) si allinea: “Penso che sarà in grado di disegnare un nuovo livello”.

In realtà lo sta già facendo esibendo oltre a a una meravigliosa arte del ritmo, una formidabile capacità di adattamento su tutte le distanze, su ogni tipo di superficie: erba, asfalto, gomma.

Sarà interessante vedere cosa combinerà a Gdynia, sul Baltico, non lontano da Danzica, il 17 ottobre, nel mondiale di mezza maratona.

Sui 21 km JC non si è mai spinto ma, come mi è capitato prima dell’attacco ai 10000, provo ad azzardare una previsione a palmi: per uno come lui un passaggio ai 10 km in 28 minuti deve essere più o meno come per noi andare a prendere un caffè o un bianchino.

A quel punto avrebbe 11 km e 97 metri da coprire mezz’ora e un secondo per andare a caccia del record mondiale, 58:01 di Geoffrey Kamworor due anni fa Copenhagen.

Il futuro di Joshua, 24 anni e in contesa con Armand Duplantis per il titolo di Atleta dell’Anno (una stagione molto brutta che l’uno e l’altro hanno saputo rendere molto bella) può svilupparsi con esiti clamorosi.

Il vero obiettivo è Parigi 2024”, ha detto Ruiter. Dovremo chiamarla Operazione Zatopek?

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