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Il nostro microcosmo atletico da sempre è il riflesso della società, e una cosa che ho imparato in tanti anni di frequentazione dei campi di atletica è che non siamo mai soddisfatti.

Dalle difficoltà quotidiane legate alle strutture che condizionano il nostro metodo di lavoro,
passando per polemiche più o meno politiche, difficilmente troveremo un allenatore o un atleta soddisfatto di come va il “processo” di training verso le gare, il nostro fine ultimo e più importante.

Pensavo fosse un vizio tipicamente italico ma confrontandomi con tanti colleghi stranieri sulla rete ho capito che tutto il mondo va così (anche dove hanno strutture da sogno…) e che il lamento è una pratica diffusa quanto nociva per l’allenamento, forse il più grande avversario verso il miglioramento, a qualsiasi livello, degli atleti.

E ora che siamo costretti a fermarci per qualcosa di più grave e sconosciuto come un
microscopico virus tutto si azzera e ci si trova a pensare a come gestire la situazione.

Parlando di una situazione simile “all’acqua corrente” è difficile programmare, non potendo
guardare negli occhi un atleta è ancora più difficile gestire le preziose emozioni dei nostri ragazzi, che pendono dalle nostre labbra ma che da questa situazione hanno un’occasione di crescita personale enorme, a mio parere unica.

Improve, Adapt, Overcom” ovvero Improvvisare, Adattarsi, Raggiungere lo scopo.

In questi giorni ho ripetuto spesso al mio team queste parole (non mie ma del grande Clint
Eastwood), tentando di dare loro indicazioni fisiche ad hoc (esistono atleti di campagna e atleti di città nella provincia di Milano, con possibilità infinite di variazioni) ma soprattutto cercando di fargli capire come i sogni e le ambizioni di un atleta non debbano mai fermarsi, dove l’improvvisazione è possibile solo grazie alla intelligenza, l’adattamento dipende dalla fisicità e il raggiungimento dello scopo è conseguenza di entrambe.

Tutto questo non può essere raggiunto lucidamente senza la calma, perché la storia del nostro sport ci insegna che i miracoli esistono, ma alla base c’è sempre stato del grande lavoro.

A riguardo mi ritorna in mente un aneddoto con protagonista l’astista australiano Steve Hooker ai campionati del mondo del 2009 a Berlino; nonostante un infortunio al bicipite femorale riuscì a mantenere la calma e raccolse le energie per effettuare uno o due tentativi, sapendo bene che il suo corpo non poteva reggere una progressione normale.

Lasciò gli altri atleti saltare fino ad arrivare ai “salti da podio” per poi assestare un colpo letale agli avversari con una prova immacolata a 5,90.

Improvvisò, si adattò, e vinse.

Si parla di riapertura, di allenamenti e di possibili gare; uno scenario incerto con ancora tanti punti di domanda.

L’unica certezza che ho è che ne usciremo più forti non con slogan né tantomeno
con formule magiche tipiche dei coach dal “tocco magico”, che spesso creano il loro allenamento vincente con la farmacia a scapito della salute degli atleti proprio in questi periodi, quelli di inattività.

Solo la calma ci salverà, e con essa il nostro spirito conoscitivo dell’essere umano, che ci
guideranno a far fruttare questi mesi che saranno sicuramente la base per una fantastica nuova stagione.

Sport OK Junior