Sam Mussabini (foto Getty Images)
Sam Mussabini (foto Getty Images)
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Dopo un buon numero di viaggi nello spazio-tempo dell’atletica, dei suoi eroi e dei suoi centauri da declinare naturalmente anche al femminile, è venuto il momento di passare a una categoria che non avevamo ancora toccato, quella degli allenatori.

La scelta su chi è destinato ad aprire questa galleria può apparire banale ed è solo molto affettuosa. Chi non avrebbe voluto conoscerlo?

Qualche anno fa, all’84 di Burbage Road, quartiere di Herne Hill, Londra sud, è stata scoperta una di quelle targhe blu che è frequente incontrare sugli edifici della capitale: ricordano i luoghi dove visse Simon Bolivar, dove soggiornò Charles de Gaulle, dove passò una lieta esistenza un attore di vaudeville, dove una pittrice di modesta fama ebbe i suoi giorni. La memoria, innanzitutto. Se è perduta, è la fine.

Il drappo venne tolto da Ben Cross, Harold Abrahams in “Momenti di Gloria/Chariots of Fire”. La targa diceva e dice che in quella casa, tra il 1911 e il 1916, visse Sam Mussabini che in realtà portava nomi piuttosto impegnativi: Scipio Africanus.

Londinese di Blackheath – culla di uno dei più antichi rugby club e sede dei primi match della nazionale della Rosa – era dotato di linee di sangue siriano, turco, italiano e francese. Le fotografie lo mostrano elegante – completo con gilet, in testa la lobbia – e di modesta statura, come Ian Holm che lo interpretò sullo schermo.

Sam era nato in piena vittoriana, nel 1867, ma tutto era meno che convenzionale, stereotipato, formale: velocista professionista negli anni novanta del XIX secolo, giocatore di biliardo, giornalista e teorico della stecca e delle palle, editore di un giornale specializzato in quel campo, allenatore di ciclismo, allenatore di atletica: nell’età dell’amateurismo imposto e esasperato dalla ruling class, lui era un professionista.

Farsi pagare per allenare o trarre vantaggi dalla vittoria di un atleta era vicino a una bestemmia, ma lui se ne fregava.

Ora, tutti questi aspetti li abbiamo più o meno rimasticati grazie al film di Hugh Hudson (la fermezza di Abrahams, il rigore di Sam, l’ipocrisia dei rettori che attorcigliavano le radici arabe dell’allenatore e quelle ebraiche del velocista) ma il desiderio della ricerca è andato oltre.

Nel 1924 Mussabini aveva 57 anni: oltre a giocare, scrivere e teorizzare di biliardo, oltre a raccogliere dati (la lunghezza della falcata, il numero dei passi, la cura della forza da ricercare in allenamenti su superfici improbe), impadronirsi di strumenti (la scomposizione fotografica del gesto, dovuta al pioniere Edward Muybridge), cosa aveva fatto?

Nel 1908 Sam aveva portato all’oro olimpico dei 100 metri un mingherlino dalle orecchie a sventola originario di Durban, Natal, Sudafrica, che rimane il più giovane vincitore dei 100 ai Giochi: il 22 luglio 1908 Reginald Walker, per tutti Reggie, aveva 19 anni e 128 giorni, era alto 5 piedi e 7 pollici, 1,70, e pesava 6 stone e quatto libbre, 56 chili, una quarantina meno di Usain Bolt.

Reggie aveva vinto i campionati sudafricani e conquistato il diritto di correre a Londra ma non aveva i mezzi per raggiungere la capitale dell’Impero Gli diede una decisiva mano Jim Wallace, giornalista di Durban, che animò una campagna di raccolta fondi.

Arrivato in Inghilterra tre settimane prima dell’Olimpiade, Walker corse e perse i campionati inglesi (vittoria di Bobby Kerr, irlandese che gareggiava per il Canada) e Mussabini lo mise sotto la sua ala imponendogli il suo semplice e decisivo credo: “Esistono la pistola e il filo: quando senti la prima devi correre come un pazzo verso il secondo”.

Parole che lasciano il segno: in realtà Sam curò molto la partenza che al tempo avveniva da buchette. “Ho deciso di dargli una mano”, disse al virginiano James Rector, uno degli aspiranti al titolo. “Va bene”, rispose l’americano. Lo sport viveva in un’atmosfera di splendida e normale cavalleria.

I 50.000 che si assieparono lo White City Stadium di Sheperd’s Bush, nutrivano forti aspettative su John Morton detto Jack, quattro volte campione dell’Athletic Associaton dal 1904 al 1907, ma la forma era modesta e l’eliminazione nell’aria.

Fuori andò anche, in batterie che ammettevano al turno successivo solo il primo, lo svedese Knut Lindberg, primatista mondiale in 10”6 o, secondo i cronometraggi dell’epoca, in 10” e tre quinti.

Rector uguaglio il record olimpico, 10”8, sia in batteria che in semifinale vestendo sempre più solidamente i panni dell’erede di Charles Hahn, campione sia a St Louis che ai Giochi del Decennale ad Atene 1906. Ma in finale accusò da Walker quella che Sporting Life etichettò come una “long yard” di distacco: Walker 10”8, Rector 11”0.

Un cronista americano scrisse: “Gli inglesi si eccitarono a vedere spezzata la catena di successi degli americani ad opera di un britannico, anche se se si tratta di un coloniale”.

Quel coloniale tornò in Europa quasi dieci anni dopo e venne ferito in una delle sanguinose offensive nelle Fiandre dove sudafricani, australiani, neozelandesi e canadesi recitarono un ruolo determinante lasciando migliaia di tombe.

31enne reduce della Grande Guerra, Albert Hill diventò l’ennesimo “protetto” di Sam dopo aver avuto via libera dai selezionatori britannici, in forte dubbi se ammettere o no nella squadra per i Giochi di Anversa un atleta così attempato.

Albert vinse gli 800 (la finale venne corsa mezz’ora dopo le semifinali) e due giorni dopo i 1500, con l’aiuto di un illustre gregario, Philip Noel Baker, nel ’59 Nobel per la Pace, Solo Kelly Holmes, nominata Dame dalla Regina, l’avrebbe uguagliato ad Atene, nel 2004.

Poi, per Sam venne il successo di Harold Abrahams a Colombes e subito dopo, da parte di un drappello di atleti britannici, arrivò la richiesta di aiuto per i Giochi di Amsterdam.

Stese i piani di allenamento ma non arrivò a quella scadenza: se ne andò il 12 marzo 1927, a 60 anni. Nel 1998 venne istituita la Mussabini Medal che premia l’allenatore britannico capace di raggiungere importanti traguardi, proprio come il vecchio Sam.

Reggie Walker (foto Getty Images)
Reggie Walker (foto Getty Images)
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