Sara Simeoni (foto FIDAL)
Sara Simeoni (foto FIDAL)
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Oggi, 19 aprile, Sara Simeoni ha festeggiato il compleanno. Secondo uno dei tanti luoghi comuni appiccicati qua e là, le signore non gradiscono che venga rivelata l’età. Sufficiente sfogliare testi più o meno sacri per annotare che gli anni sono 67, due terzi di secolo, una cinquantina dentro l’atletica: a metà marzo 1970, a Genova, primo titolo italiano indoor (nel senso che era il primo a venir assegnato) con la maglia della scala Azzurra Verona.

Le trivenete hanno scritto la storia dell’alto: Sara è veronese di Rivoli, Alessia Trost pordenonese, Elena Vallortigara di Schio, provincia di Vicenza.

Non viene dall’est la più piccola e quella che si è spinta più in su: Antonietta Di Martino è campana di Cava de’Tirreni. Per il resto, una storia che si svolge tra Adige e Tagliamento. Sembra una poesia di Ungaretti: I fiumi.

Parabole disegnate nel tempo che passa: con il 2,01 che ha ormai tagliato la maturità piena dei suoi primi quarant’anni (e che venne ripetuto 27 giorni dopo nella Praga magica del Golem e della prima di Don Giovanni), Sara diventò primatista mondiale scavalcando, oltre che un’asticella, i 2,00 berlinesi di Rosemarie Ackermann che un anno prima erano sembrati prodigiosi, una tappa storica, un caposaldo: l’Horine donna, disse e scrisse qualcuno.

Il record tenne quattro anni, sino alla finale europea di Atene 1982: Ulrike Meyfarth, ex-bambina prodigio, 2,02, Sara terza, stessa misura, 1,97, della seconda, Tamara Bichova, bella e dagli occhi eternamente tristi.

Dopo il 2,02 di Antonietta (Torino 8 giugno 2007, prima che si spingesse sino a 2,04 indoor nel 2011) e quello di Elena (Londra 22 luglio 2018), quel 2,01, diventato simbolo di un’atletica azzurra imperante quanto il 19.72 di Pietro Mennea, è oggi primato della provincia di Verona e record su suolo bresciano.

E’ rimpicciolirlo? Semmai il contrario. Sara saltava 2,01 almeno cinque generazioni sportive or sono. Un’esploratrice.

A questo punto non resta che usare la macchina del tempo inventata da Herbert G. Wells e tornare a Brescia, campo di via Morosini, oggi intitolato a Sandro Calvesi, maestro degli ostacoli: per lunghi anni è stato detto che quel record appartiene ancora alla sfera dell’emozione provata dall’autore (in questo caso, dall’autrice) e da chi era lì, ed erano in tanti (c’è chi giura su 5.000) e che finì per affidarsi al racconto pubblico e privato, alla tradizione orale.

Di certo c’è che per quell’Italia-Polonia femminile la Rai non c’era. E così trent’anni sono stati necessari per riesumare le immagini girate da Giuliano Vivarelli per Brescia Telenord. Il commento era di Calvesi.

Nove salti, tre sbagliati, la solitudine in pedana da 1,89 quando erano andate fuori Urszula Kielan, Sandra Dini e Danuta Bulkowska, per trasformarsi in spettatrici.

2,01 venne alla seconda, molto pulito, molto netto. Non un tremore dell’asticella. Sara non andò avanti: due record italiani (il primo a 1,98) e un record mondiale potevano bastare.

Quel giorno, ricorda un purosangue come Gianni Romeo, Franco Carraro venne eletto presidente del Coni e la notizia finì di taglio.

Era il quarto record del mondo di un’Italiana, ma quelli di Ondina Valla e Claudia Testoni erano annebbiati dal tempo e i 1500 erano ai primi vagiti quando Paola Pigni galoppò verso il primato.

Qui c’era l’alto, qualcosa di assoluto, e venne naturale smontare pagine, le prime, e ricomporle.

Meno di un mese dopo, venne Praga e ancora una volta Sara portò lo scompiglio dopo quell’indimenticabile battaglia di dame sul colle di Strahov in una serata fredda e caldissima.

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