Ewry il collezionista

Una leggenda dell'Atletica all'alba delle Olimpiadi moderne

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I francesi, ribattezzati “mangiarane” da chi dista da loro 35 chilometri di mare, utilizzarono il nome di quell’anfibio perfettamente commestibile – quante trattorie sono intitolate a quell’abitante di stagni e canali – per uno strano tipo che li deliziò: Ray Ewry, la grenouille humaine (la rana umana).

Il 16 luglio è una data importante: 121 anni fa, a Parigi, secondi Giochi dell’era decoubertiniana, Ray conquistò tre titoli nei salti da fermo, al tempo inseriti nel programma ufficiale: superò 1,65 in alto, 3,30 in lungo, 10,58 nel triplo.

Era l’inizio di una collezione formidabile: otto medaglie d’oro, più le due conquistate ai Giochi Intermedi, o del Decennale, del 1906, ai quali, specie i paesi di lingua inglese, attribuiscono un’importanza pari a quella riservata alle scadenze più classiche.

A quota 10 Ray sarebbe l’uomo solo al comando, davanti a Nurmi e a Lewis. In ogni caso, i suoi otto titoli olimpici individuali hanno tenuto per 100 anni e 23 giorni, sino a quando Mike Phelps, a Pechino, trovò le bracciate giuste per il nono.

La storia di Ewry è nota e raccontata come tutte quelle che hanno alla base la sorte avversa e il riscatto: della confraternita fanno parte due protagonisti di Roma ’60, Wilma Rudolph e Murray Halberg, colpita da poliomielite la prima, ridotto con un braccio inerte, il sinistro, il secondo dopo un incidente in una partita di rugby, pratica inevitabile per un kiwi come lui. Per l’una e per l’altro la volontà risultò il primo movente.

Meglio lasciare i miracoli fuori da queste storie o concederli a chi si accontenta di facili spiegazioni. Se proprio c’è bisogno di pratici “santoni”, è bene dar spazio alla mamma di Wilma e a Arthur Lydiard.

Ray Ewry (foto archivio storico)
Ray Ewry (foto archivio storico)

Ray è il predecessore e incarna la figura di taumaturgo di se stesso: nato in Indiana nel 1873, tra la fine della Guerra Civile e la pagina di Little Big Horn, colpito dalla polio durante l’infanzia, destinato a una vita in sedia a rotelle, sviluppò un programma di recupero che può esser etichettato come “alzati e cammina”. O meglio, “alzati e salta”.

E non solo, visto che alla Purdue University, dove ottenne una laurea in ingegneria meccanica, il giovanotto, che nel frattempo era cresciuto sino a toccare gli 1,85, giocò anche a football. A seguire, trasferimento a New York, impegno nel campo dell’idraulica e ammissione nel club più prestigioso, il Nyac.

Ai trionfi del 1900 fece seguire un’altra triplice corona nei caotici Giochi del 1904, anche in quell’occasione infliggendo agli avversari distacchi molto netti: se a Parigi aveva vinto l’alto con 13 centimetri su Irving Baxter, a St Louis il margine salì a 15 (nel frattempo aveva portato il record del mondo a 1,67) e a Atene 1906 toccò i 16.

A Londra, ormai 35enne, la vittoria più stretta, due centimetri e mezzo su John Biller.

Stessa parabola nel lungo: a Parigi, diciotto centimetri sul secondo, a St Louis vicino a superare i tre metri e mezzo (3,475, record del mondo, come da traduzione dal sistema imperiale che gli assegnava 11 piedi e 4 pollici) e quasi venti centimetri di margine, superati ad Atene.

A Londra, battaglia strenua con il greco Konstantinos Tsiklitiras che sarebbe diventato il suo successore a Stoccolma, quando la nascita della Iaaf segnò la fine di questi esercizi.

Ray se ne andò, 63enne, un quarto di secolo dopo, a meno di un mese da chi lo aveva visto mettere assieme la sua abbondante messe: Pierre de Coubertin.

Ray Ewry (foto archivio storico)
Ray Ewry (foto archivio storico)
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