Pietro Mennea-Carlo Vittori (foto archivio)
Pietro Mennea-Carlo Vittori (foto archivio)
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Cinque anni fa, alla vigilia di Natale, se n’è andato Carlo Vittori: aveva 84 anni e qualcuno l’aveva visto al campo di Ascoli qualche giorno prima, a saggiare se il femore fratturato teneva bene.

Teorico lucidissimo, capace di riproporre studi e idee nelle pratica, per tutti era “lu professore”, il mentore e il plasmatore del campione che, nella primavera del 2013, lo ha preceduto nel viaggio dal quale nessuno ha mai fatto ritorno: Pietro Mennea.

E’ stato un rapporto di affetto, ambizione, contrasti, separazioni, traguardi inseguiti con asprezza, strappati con una gioia consapevole che andava a posarsi su risultati arrivati dopo tanto penare, e dopo un’esplorazione totale del corpo umano e della mente, delle sue potenzialità, delle sue risorse più nascoste.

Ho allenato un atleta che in lunghi anni di lavoro è cresciuto di sette etti”, sorrideva grifagno Carlo quando Pietro andava ad affrontare e a battere i neri americani e gli uomini dell’est.

La ricerca e l’allenamento erano il doping che sostenne la lunga impresa che prese il via alla fine degli anni Sessanta quando i due si incontrarono per la prima volta e Vittori non rimase convinto sino in fondo delle potenzialità dal ragazzo con il viso angoloso.

Si ricredette in fretta e i due imboccarono le stagioni della scalata, del bronzo olimpico di Monaco ’72, della prima vittoria contro Borzov, della delusione di Montreal ’76 (“lo guardavo dall’alto di una tribuna e capivo che il podio sarebbe rimasto proibito”), della crisi, della resurrezione, del record del mondo messicano, dell’oro di Mosca, in fondo a una delle più clamorose rimonte della storia dello sport.

Rivedere quel filmato quarant’anni dopo regala ancora sferzate di thrilling.

Quella vittoria lo liberò, divenne imbattibile e visse un’estate indimenticabile, in ogni condizione, contro ogni avversario. Fossimo tornati in Messico, Pietro avrebbe corso in 19”50”, diceva orgoglioso inquadrando la perfezione inseguita e raggiunta, riproponendo un secondo esempio di coppia perfetta dopo quello offerto da Sam Mussabini e Harold Abrahams a Parigi 1924.

E così tutti hanno finito per legare Vittori a Mennea in uno stato delle cose e in una vicenda che risponde a piena verità ma che non esaurisce le sfaccettature del tecnico e dell’uomo.

Carlo allenò Marcello Fiasconaro che dal Sudafrica atterrò come un magnifico meteorite sull’atletica italiana dell’inizio degli anni Settanta; fu al fianco di Donato Sabia, due volte finalista olimpico degli 800; contribuì alla crescita e alla conquista di podi importanti di Pierfrancesco Pavoni; riunì attorno a sé almeno un paio di generazioni di staffette 4×100 e 4×400.

Di pari passo ricercò, scrisse, intervenne, denunciò senza un penny di sconto il doping, non risparmiò critiche a un sistema sportivo italiano che non concedeva tempi e spazi alla formazione fisica dei giovani e dei giovanissimi.

Non era un uomo facile ma non provò mai a smussarsi, neppure in quest’ultima parentesi che gli è stata concessa.

Quasi otto anni fa, nel giorno della morte di Pietro, disse. “Non avrei mai pensato di doverlo ricordare”.

E subito dopo lasciò Ascoli per andare a Roma e montare la guardia al feretro in cui era rinchiuso quel suo strano, ambizioso figlio adottivo che una volta, a Genova, architettò uno scherzo telefonico a spese del suo mentore.

Era il febbraio dell’83, al Palasport Pietro aveva appena corso in 20”73, record mondiale indoor, e Vittori era in Senegal, in allenamento invernale con gli altri velocisti. Pietro riuscì a scovarlo al telefono. “Professo’, sono venuto a Genova a fare una garetta”. “Bravo, Pietro. E che hai fatto?”. “Ho fatto 21”10”. “Eh no, Pietro , non va bene. Che hai combinato?” “Professo’, ho fatto 20”73, record del mondo”.

Dall’altra parte del filo, un ruggito e una bestemmia. Pietro sorrideva beato, a Dakar Carlo sentiva di aver ritrovato l’uomo più veloce del mondo.

Carlo Vittori (foto archivio)
Carlo Vittori (foto archivio)
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