Jim Ryun (foto Oklahoman)
Jim Ryun (foto Oklahoman)
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L’acrobata Armand Duplantis ha fatto tornare di moda il concetto di precocità che i melomani associano a Wolfgang Amadeus Mozart. Non resta che raccontare la storia di chi, poco più di mezzo secolo fa, bruciò i tempi, suoi e delle distanze più nobili del mezzofondo: Jim Ryun.

Ryun è un personaggio da esaminare con attenzione: originario dell’America profonda (Wichita, Kansas), dove l’atletica non ha mai avuto grandi diritti di cittadinanza, primo liceale a correre il miglio sotto i 4’ (e a guadagnare una selezione olimpica, a Tokyo, a 17 anni e 137 giorni), così intimamente repubblicano da servire a lungo, tra il 1996 e il 2007, nella Camera dei Rappresentanti, fa parte di quella schiera di “incompiuti” che non riuscirono ad affiancare memorabili conquiste cronometriche ad un oro olimpico, unico vero approdo in un’era che non prevedeva un biennale appuntamento iridato.

In questo senso la sua parabola può esser avvicinata a quella del povero Ron Clarke che, giusto nei giorni di tuono di Jim, scrisse gli ultimi capitoli della sua saga, con un paio di record del mondo sulle due miglia.

Il 10 giugno 1966, a 19 anni, a Terre Haute, Indiana, corse le 880 yards in 1’44”9, prestazione finita nella cronologia del record del mondo sia della distanza imperiale che metrica: quando, quattro anni prima, a Christchurch, il “kiwi” Peter Snell era stato cronometrato in ‘1’44”3, aveva chiuso il mezzo miglio in 1’45”1.

Poco più di un mese dopo, a Berkeley, California, fece a pezzi il record del mondo del miglio di Michel Jazy: da 3’53”6 a 3’51”3, passando ai 1500 in 3’36”1, con ultimo “quarto” in 56”. Il record, romano e olimpico, di Herb Elliott tenne per mezzo secondo.

Il suo 1967 iniziò a Bakersfield, ancora California, quando il 23 giugno estirpò due decimi al miglio chiudendo in 3’51”1, con ultimo giro in 53”7 e uno stimato, straordinario 14”0 sugli ultimi 109,35, dato eloquente sulla capacità di tenere alti ritmi e di chiudere con cadenze autoritarie e violente.

Quindici giorni dopo, il Coliseum di Los Angeles ospitava uno di quei fascinosi match che l’atletica del nostro tempo ha spazzato via: Usa contro Commonwealth. Jim offrì una gara coraggiosa; senza subire l’aggressività di Kip Keino che transitò in 1’56”0: prese la testa ai 1200 e andò via in solitudine (39”6 negli ultimi 300, 26”6 nell’ultimo segmento di 200) andando alla meta in 3’33”1.

Il 3’35”6 di Elliott veniva cancellato dopo quasi sette anni e come a Roma ’60 il secondo finì con un distacco abissale: se ai Giochi Jazy aveva chiuso in 3’38”2, Keino, 3’37”2, accusò oltre quattro secondi. Un distacco da cronoprologo sule due ruote.

All’Olimpiade di Messico Ryun era il favorito: Keino, l’unico vero rivale, sembrava aver disperso energie prendendo il via nei 10000 (uscì sul prato a due giri dalla fine per rientrare in pista, ormai bollato di squalifica) e mettendo le mani sull’argento dei 5000, a un soffio da Mohamed Gammoudi.

Il giorno della finale dei 1500, il 20 ottobre 1968, il magnifico kenyano, che avrebbe giustamente portato la corona di King, rimase imbottigliato nel traffico della caotica e sterminata capitale e corse per l’ultimo miglio che lo divideva dallo stadio: “Pensavo: questa è la gara della mia vita. Se devo morire, morirò qui”.

Sapeva che Ryun aveva un finale spietato: si trattava di limargli gli artigli e così spedì in avanti il più illustre dei gregari, Ben Jipcho, che passò al primo giro in uno stordente 56”0. Kip prese la testa agli 800, lasciati alle spalle in 1’55”3, un parziale violento a livello del mare; terrificante ai 2200 metri di altitudine di Mexico City.

A quel punto Ryun aveva dieci metri di distacco: non riuscì a colmarli e li vide raddoppiare: 3’34”9 contro 3’37”8. “Considerate le condizioni in cui si gareggiava, avevo calcolato che con 3’39” sarebbe arrivato l’oro”.

Calcolo errato. Keino vendicò con fortissimi interessi la sconfitta di Los Angeles e festeggiò la nascita di Milka che ebbe anche il nome di Olympia.

Ryun centrò la qualificazione ai Giochi del ’72 a Monaco di Baviera ma venne coinvolto in una caduta in batteria e il ricorso non ebbe seguito.

Nei due anni successivi entrò a parte della Ita, International Track Association, un gruppo professionistico che ebbe vita breve lasciando poche tracce. Ne aveva lasciate ben altre quando si era trasformato in uno dei teenager più nobili della storia.

Sarebbe stato un sottile e coraggioso tanzaniano, Filbert Bayi, a privarlo dei suoi domini tra il 74 e il ’75, in fondo alle memorabili giornate di Christchurch e di Kingston.

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