Jolanda Balas (foto archivio)
Jolanda Balas (foto archivio)
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Per via delle sue gambe infinite, Jolanda Balas venne battezzata il fenicottero di Timisoara, la sua città natale.

In realtà, nelle sue vene scorrevano, mischiati, sangue romeno e magiaro per parte di padre. Prima di venir smembrata con il trattato di pace del 1919, l’Ungheria era più del doppio di quella attuale: brani di territorio finirono al regno di Romania e a quello, appena nato, di Jugoslavia, qualcosa a un altro pese che emetteva i primi vagiti, la Cecoslovacchia.

Jolandas – o Jolan Balazs – lascia alla storia dell’atletica un corpus di numeri ineguaglibili. 140 vittorie consecutive, due medaglie d’oro olimpiche, due titoli europei e soprattutto un’onda lunga di record del mondo, quattordici, che portarono il limite da 1,75 a un 1,91 che ancor oggi profuma di modernità.

Monopolizzatrice della seconda metà degli anni Cinquanta e della prima metà dei Sessanta, Jolanda – classe ’36, scomparsa poco prima di raggiungere gli 80 anni – esercitò un dominio che ha pochi eguali e che non può che essere definito schiacciante.

Il primo titolo, a Roma ’60, venne con 1,85, con 14 centimetri di vantaggio sulla seconda, la polacca Jaroslawa Jozwiakowska, dotata di un cognome lungo quasi quanto il distacco che rimediò, al fianco delle altre piazzate, la britannica Dorothy Shirley e la sovietica Galina Dolya.

Quattro anni dopo, a Tokyo, l’australiana Michele Brown riuscì a contenere in 10 cm: 1,90 a 1,80. Sempre un abisso.

Il primo record del mono di Jolanda, che saltava con una versione perfezionata della vecchia “forbice”, venne il 14 luglio 1956, a Bucarest, con un centimetro di progresso sul limite della britannica Thelma Hopkins.

Quattro mesi dopo, non ancora ventenne, finì quinta nella finale olimpica di Melbourne, colta dall’americana ilare McDaniel con il mondiale portato a 1,76. Fu quella, per Jolanda, l’ultima sconfitta sino all’11 giugno 1967: dieci anni e mezzo con 140 successi di fila. Senza pari, neanche alla lontana.

Nel ’57 Balas, che fu a lungo allenata dal marito Ian Soter, eguagliò il record di McDaniel, se lo vide sfilare dalla cinese Chen Feng-jung, che adottava la scarpetta “ortopedica” che di lì a poco sarebbe stata messa al bando dalla Iaaf, e dal 7 giugno 1958, quando superò 1,78, divenne la regina incontrastata.

1,80 venne raggiunto due settimane dopo, a Cluj; 1,85 a Bucarest, poco prima dei Giochi romani. Per scalare 1,90 scelse il palcoscenico di Budapest, dando così soddisfazione alla sua “coté” magiara.

La montagna più alta venne scalata a Sofia, il 16 luglio 1961, nel corso del match Bulgaria-Romania, in fondo alla gara perfetta: 1,60, 1,70, 1,75, 1,80, 1,85, 1,88, 1,91 sempre alla prima prova. I magnifici sette.

Si resero necessari dieci anni e 50 giorni perché quel record, solido come la Rocca di Gibilterra, cadesse: toccò all’austriaca Ilona Gusenbauer, ventralista, aggiungere un centimetro, la stessa misura che un anno dopo, a Monaco di Baviera, diede la vittoria olimpica alla sedicenne Ulrike Meyfarth, seguace di Dick Fosbury.

Jolanda, gloria nazionale, rivestì la carica di presidente della federazione romena dal 1988 al 2005. Anche dietro una scrivania, era donna da lunghi cicli.

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