Bob Hayes - Jim Hines (foto archivio)
Bob Hayes - Jim Hines (foto archivio)
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Per diventare campione olimpico dei 100, uno dei requisiti è avere un nome breve, da titolo si diceva in vecchio gergo giornalistico: Owens, Hary, Lewis, Bolt.

Il massimo, nella successione biblica scandita dai quadrienni che portano da un’edizione all’altra dei Giochi, è averlo di cinque lettere e quasi uguale: Hayes e Hines, Bob e Jim, che vennero uno dopo l’altro nel segno della strapotenza e dell’agilità e che ebbero destini diversi nel football: Hayes, formidabile wide receiver, vinse l’anello con i Dallas Cowboys (ancora oggi è l’unico nella storia a affiancare una vittoria ai Giochi con un successo nel SuperBowl); Hines, dopo due misere stagioni con i Miami Dolphins, finì per occupare il decimo posto nella classifica 1970 dei peggiori giocatori della NFL.

Una spiegazione c’è: Bob era un giocatore prestato all’atletica, Hines un velocista che provò a metter le mani su un po’ di dollari sbarcando su un continente che si rivelò estraneo alle sue attitudini.

A Tokyo Hayes corse su terra rossa, in una prima corsia appena calpestata dai marciatori all’arrivo della 20 km, dopo aver piantato i blocchi con un martellone in legno fornito dai solerti giapponesi, a zero metri sui livello del mare; Hines in terza, su un “tapis roulant” di tartan, a 2200 metri di altitudine.

Portava addosso il 279: sommare i primi due numeri significa ottenere 9 e 9, il risultato che andò a libro, accanto al rilevamento che, qualche anno dopo, con l’adozione ufficiale del cronometraggio elettrico, lo rese il fondatore dell’era dei tempi automatici: 9”95.

Ad aprire questa galleria dei “flash uomo lampo”, spetta a Hayes: quel 10”06 di Tokyo, con 1,3 di vento a favore ma su una superficie umidiccia e poco regolare, venne rilevato con uno scarto di cinque centesimi tra il colpo di pistola e l’avvio del tempo, registrato così come 10”01 e reso manualmente in 10”0, secondo la regola vigente allora, per cui i centesimi dall’1 al 4 portavano a un arrotondamento al decimo inferiore e quelli dal 5 al 9 a quello superiore.

Tre cronometraggi manuali gli assegnarono 9”8, 9”9, 9”9: Hayes aveva anticipato di quattro anni il festival di Sacramento.

Mi dicevo: corri rilassato, non rischiare di saltare In aria”: le immagini non corrispondono a quanto Bob tentava di imporsi: ogni appoggio è una martellata degna di Thor. “Potevo correre in 9”8, ne diventai conscio qualche giorno dopo”.

Quel buonanima di Hayes, scomparso a meno di 60 anni per un cancro alla prostata, sta parlando dell’ultima frazione della staffetta che si trasformò in un tuono più che in un fulmine, in una rimonta che si vede soltanto nella finzione cinematografica e che Bob rese reale e che germoglio in leggenda: 8”9, ma qualcuno giura che le lancette si siano fermate a 8”6, mentre lui faceva volare zolle di terra, riassorbiva Polonia, Francia, Giamaica e Urss, vinceva con tre metri di margine.

In tribuna,, Owens estasiato. “Mai visto una cosa simile”. Era il Toro di Jacksonville, era l’uomo del 9”1 sulle 100 yards, era l’improvvisato velocista che aveva costretto Lyndon Johnson a un intervento presidenziale: “Esentalo dagli allenamenti e fa in modo che non si infortuni”.

Il destinatario del caldo consiglio che giungeva dalla Casa Bianca era Jake Galther, coach della Florida University dove Bob era il re dei touchdown nel mondo Ncaa.

Hayes e Hines, dieci lettere per dieci secondi, qualcosa meno. Bob visse e vinse una finale bianca e nera – c’erano il polacco Maniak, il tedesco Schumann –, Hines una finale tutta nera, la prima della storia: solo Americhe, Francia antillana, Africa.

A Messico i turni annunciano che la rivoluzione è in atto: il 10”2 che nei quarti costa l’eliminazione al tedesco est Heinz Erbstoesser è lo stesso tempo che, quattro anni prima, aveva assicurato l’argento al piccolo cubano Enrique Figuerola. Charlie Greene corre due turni in 10”0 e comincia a sperare e a pensare che per una volta i muscoli delle cosce non si smaglieranno.

10”0 anche per il cubano Ramirez, che di nome fa Hermes, ma Mercurio in semifinale non ha più le ali ai piedi. Le tiene bene assicurate alle caviglie Jim Hines che al momento decisivo va con solida fiducia.

E’ con ampia luce sul giamaicano Lennox Miller che Jim piomba sul traguardo: sul tabellone appare per un breve attimo un 9”89 che stordisce e anticipa il futuro.

Il 9”9 ufficiale apparentemente eguaglia la piccola raffica di prestazioni messe a segno ai campionati americani di Sacramento, il 20 giugno, quando Hines, Ronnie Ray Smith, che correva sempre con fasce elastiche alle cosce e occhiali scuri, e Charlie Greene spezzarono la dimensione immobile, ormai quasi tolemaica, dei 10”0, raggiunta da Armin Hary nel ’60, sulla pista zurighese di Letzigrund, e, in successione, da altri nove sprinter.

La realtà, non ancora ufficiale, del cronometraggio automatico, regala in 9”95 la corona a Hines, nato in Arkansas, trapiantato in California, e che subito dopo i Giochi si stabilirà in Florida.

E’ ancora il tempo in cui l’atletica è una scorciatoia per guadagnar soldi andando a raccogliere un ovale che arriva dal cielo, avvitandosi in aria: l’ultimo a percorrerla, con scarsi guadagni e molto dolore fisico, prima che l’atletica si avviasse sulla strada di un professionismo mimetizzato e poi molto reale, fu l’ostacolista Renaldo Nehemiah, ai San Francisco 49ers.

La medaglia d’oro venne rubata a Hines poco dopo il suo ritorno a casa, in una rapina che gli costò anche la televisione e i gioielli della moglie: Jim lanciò un appellò su un giornale di Houston.

La ricevette via posta in una busta marrone: un ladro ricco di rispetto o appassionato di atletica, chissà.

Dopo le imprese dei quattrocentisti a Londra ’48 e a Helsinki ’52, quelli che meritarono l’etichetta di cavalieri del sogno, torna in scena la Giamaica: Lennox Miller, residente negli Usa, attivo nei campionati Ncaa, ottiene un nuovo record nazionale in 10”04 e la medaglia d’argento.

Agonista di razza e con l’abitudine di correre con quella che Paolo Rosi chiamava la “maglietta della salute” sotto la canottiera, sul podio si sarebbe riproposto quattro anni dopo (terzo) alle spalle di Valeri Borzov e Robert Taylor e all’atletica degli anni Novanta avrebbe offerto la figlia Inger, argento mondiale a Siviglia ’99 (per gli Usa) con un picco di record personale a 10”79.

La gara viene corsa alle 18 con un vento di coda insignificante, 0,3, e vede il solito avvio rapidissimo del piccolo Mel Pender, già finalista, settimo, a Tokyo, capitano dell’esercito e ideologicamente molto lontano dai compagni di squadra che avrebbero corso i 200 e i 400.

Ai 50 Hines “mai partito così bene in vita mia”, prende la testa affiancato da Greene che, spietatamente perseguitato dalla fragilità muscolare, accusa un crampo e cede nel finale a Miller chiudendo in 10”07.

L’Europa è presente con Roger Bambuck (più tardi, ministro dello sport), quinto in 10”16, e l’Africa in piena espansione conquista la sua nicchia anche nello sprint breve con il malgascio Jean Louis Ravelamanatsoa, ottavo in 10”28.

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