Rudolf Harbig (foto d'epoca)
Rudolf Harbig (foto d'epoca)
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Quest’anno cadono i trequarti di secolo dalla fine della seconda guerra mondiale: se il rugby diede il suo doloroso tributo nella prima, toccò all’atletica contare i suoi caduti nel 1945.

Nei cinquanta giorni che precedettero l’abbattimento del palo di confine tra il Reich e la Polonia e le bordate della nave scuola Schleswig Holstein su Danzica, Rudolf Harbig scrisse una saga indimenticabile che assegnerà una parte di prim’attore anche a Mario Lanzi, solidissimo e coraggioso talento di Castelletto Ticino, secondo Brera esponente di purissima razza ligure.

Harbig aveva 26 anni, era sassone, lavorava all’azienda del gas di Dresda (destinata a diventare simbolo delle città martiri sullo stesso piano di Stalingrado, di Hiroshima, di Nagasaki) da addetto alla lettura dei contatori e così costretto a lunghi itinerari in bicicletta sugli acciottolati della città che, due secoli prima, i principi elettori (e re di Polonia) avevano trasformato in Firenze sull’Elba.

Al Bomber Command guidato senza scrupoli da sir Arthur Harris bastò l’ultimo giorno di carnevale del ’45 per spazzarla via.

Fu pigiando sui pedali che Rudi plasmò i garretti e costruì capacità di resistenza alla fatica, fu sotto la guida di Woldemar Gerchsler, allenatore e studioso di fisiologia, che divenne colui che anticipò il futuro.

Grazie a una preparazione invernale sulla neve indurita, nei boschi, e a sedute in pista lungo le quali venne temprata la sua eccezionale tenuta veloce, Harbig dominò la distanza dell’asfissia muscolare – i 400 – e, come un iniziato, varcò la soglia degli 800, mettendosi alla prova su un’accoppiata riservata agli eletti.

Solo Alberto Juantorena può esser messo al suo fianco nella galleria di chi seppe interpretare alla perfezione il quarto e il mezzo miglio.

Il 15 luglio 1939 l’Arena di Milano ospitava la seconda giornata dell’incontro che cementava (si diceva così…) l’amicizia e l’alleanza tra la Germania nazista e l’Italia fascista e il clou era lo scontro tra i due più forti ottocentisti europei, Harbig, campione europeo un anno prima a Parigi, e Lanzi, bronzo a Berlino.

Il via alle 17,30 quando la canicola aveva lievemente allentato la morsa, davanti a 5.000 spettatori: Lanzi, coraggioso, a volte scriteriato, lancia la gara su ritmi inammissibili all’epoca: 52”5 alla campana.

Harbig non ne sembra impressionato e va via ai 200 finali guadagnando sull’azzurro un margine impressionante: sul traguardo sarà di un dozzina di metri.

I tempi registrati dai cronometristi concordano: per tutti e tre Harbig ha corso in 1’46”6, record del mondo migliorato di quasi due secondi, cancellando un limite, l’1.48”4 di Sydney Wooderson, che un anno prima aveva fatto gridare al miracolo: il britannico aveva a sua volta demolito l’1’49”7 dell’americano Glenn Cunningham. Lanzi, con 1’49”0, diventa il terzo della storia.

Il tempo di Harbig resisterà sedici anni.

Meno di un mese dopo, quando la Germania ha ormai ammassato le sue truppe su confine polacco, la sfida si rinnova: è Lanzi a salire in Gemania per il meeting internazionale, l’ultimo, al Riederwald Stadion di Francoforte sul Meno.

Il confronto è sui 400 e Mario li affronta con il solito coraggio: 11”2 sui primi 100, un irreale 10”5 sui secondi. Una furia.

Harbig, capelli biondi ben ravviati all’indietro, solido, uno di quei volti molto tedeschi prediletti da Arno Brecker, scultore del regime e dell’arianesimo muscolare, è dietro, a tre decimi.

Sulla seconda curva, però, il tedesco offre il suo repertorio di implacabilità: agguanta Lanzi, copre l’ultima parte in 12”4 contro i 13”7 dell’azzurro rimasto a secco: è 46”0, un altro record del mondo, questa volta invadendo i domini americani e ritoccando di un decimo il tempo di Archie Williams, firmato a Chicago, nel’avvicinamento ai giochi berlinesi che Rudi aveva affrontato con poca esperienza, arenandosi in semifinale.

Ed è uno dei crucci dei biografi del sassone: avesse raccolto anche un oro olimpico, dove potrebbe esser collocato malgrado il così breve tempo che gli fu concesso?

Poco più di tre anni dopo, il novembre russo porta l’arrivo dell’inverno: la stagione del fango vischioso, che intrappola i veicoli e frena i cavalli – la rasputitza -, sta lasciando spazio a quella della neve, a temperature in costante picchiata.

Tocca a Gerhard Stock, oro nel giavellotto a Berlino, informare il Comando delle Armate Sud della Wehrmacht che i russi stanno iniziando la manovra a tenaglia tra Volga e Don che di lì a poco avrebbe formato la sacca di Stalingrado, il disastro, il giro di boa del conflitto.

La notizia viene accolta con un certo scetticismo, come frutto di un’apprensione troppo accentuata: possibile che Ivan abbia tutte quelle formidabili forze dopo tante spaventose batoste?

Negli stessi giorni un 29enne sottufficiale, appena dimesso da un ospedale da campo tra Don e Volga, torna in linea per scomparire pochi giorni dopo sotto la terribile spallata sovietica.

Dresda lo ricorda con un cenotafio: “Rudolf Harbig 1913-1942. Solo i dimenticati sono morti”. Uno degli stadi della città sull’Elba, lentamente risorta, porta il suo nome.

I Giochi di guerra travolgono, spazzano, disperdono, troncano formidabili vocazioni.

Combattendo contro i tedeschi, in quello che gli storici militari definiscono il più grande scontro nella storia dell’umanità (battaglia di Kursk o del saliente di Orel, viene chiamata), cade nel ’43 Gerasim Znamenski, mezzofondista che pur non avendo mai avuto occasione di misurarsi con gli occidentali e gli americani (il regime staliniano era molto restio alle aperture, anche di natura sportiva), aveva inaugurato, con il fratello Georgi, una via nuova per la giovane atletica siglata CCCP.

Il 21 giugno 1940, dopo aver subito la tortura ma senza cedere, senza rivelare un nome, un indirizzo, era stato fucilato a Varsavia Janusz Kusocinski.

E’ il mezzofondista che dodici anni prima, a Los Angeles, aveva domato i finlandesi Iso-Hollo e Virtanen impossessandosi dell’oro dei 10000 che mai, dall’introduzione della distanza, era sfuggito ai figli di Suomi: Kolehmainen, Nurmi, Ritola, Nurmi è la successione che viene interrotta da questo piccolo atleta di poca calligrafia e di grande determinazione.

La dimostrerà quando, dopo l’invasione tedesca e la nascita del Governatorato Generale (della Polonia era stato spazzato anche il nome), entrerà nelle fila dell’armata clandestina.

Giardiniere prima, cameriere poi, viene arrestato dalla Gestapo nel marzo del ’40. E’ un osso duro, non ne cavano niente. Può pure finire davanti a un plotone di esecuzione.

Una sequenza dopo l’altra. Luglio 1943, in un incidente aereo in Alaska, trasformata in sterminato magazzino militare, perde la vita il marine texano Charles Paddock, l’uomo che chiudeva le sue volate con un gran balzo, a braccia spalancate, l’oro dei 100 a Anversa 1920, il grande sconfitto (quinto) nella finale parigina di quattro anni dopo, il capolavoro di Harold Abrahams.

Agosto ’44, verdi balze dei Vosgi, Parigi è stata appena liberata. Gli americani, impegnati nella grande manovra di aggiramento che, prima dell’inverno, porterà le armate alleate nei pressi della frontiera del Reich, avanzano con fatica, insidiati dai franchi tiratori, da rapide imboscate, da assalti improvvisi lanciati da giovanissimi e fanatici granatieri.

Alfred Blozis muore in uno di questi boschi amari: è un gigante newyorkese di radici lituane, lanciatore di peso e di disco capace di salite nei pressi del vertice mondiale nelle stagioni che precedono l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Non ha avuto sbocchi olimpici quest’omone capace di superare i 50 metri e la sua morte giunge nell’estate di Giochi che non hanno avuto una sede formale, ma ricordati, come XIII edizione, dal Cio che segue così il desiderio espresso da de Coubertin, scomparso nel ’37: tutto quel che rimane dell’Olimpiade di guerra, la seconda dopo quella del 1940, sono tre francobolli svizzeri che rappresentano l’Apollo olimpico, figura centrale del frontone quasi miracolosamente pervenuto alla nostra ammirazione.

Un gruppo di polacchi, prigionieri in un lager, ricorda la scadenza con modalità toccanti: corrono i i 100 e i 1500, lanciano il disco, saltano in lungo, coniano rustiche medaglie in stagno, stampano rudimentali francobolli in carta straccia. Una fiammella nella notte.

La tomba del capitano dei fallschirmjaeger (paracadutisti) Carl Ludwig Long viene individuata quasi cinquant’anni dopo la sua morte in fondo alla lunga ricerca di una giornalista tedesca: è nella campagna assolata del centro della Sicilia insieme a quelle di altri camerati che hanno tentato di fermare l’ondata anglo-americana.

La foto dell’abbraccio tra Long e Owens è il più bel poster di propaganda nazista alla rovescia e quel legame, spontaneo e profondo, verrà rinnovato nel 200 proprio nello stadio berlinese – i rammordenamenti non hanno cancellato l’aspetto severo – quando le nipoti dell’uno e del’altro premieranno Dwight Phillips, campione mondiale di salto in lungo.

Sono tanti i protagonisti di Berlino a non tornare da un fronte vasto come il mondo intero: nella giungla delle Filippine, dopo lo sbarco degli americani e il ritorno promesso e mantenuto dal Generale Douglas McArthur, trova la morte Sueo Oe.

E’ il saltatore giapponese che, con il connazionale Shuhei Nishida, impegna allo spasimo l’americano Earle Meadows in una delle più interminabili gare di asta che si ricordi.

Finisce a buio fondo, dopo sei ore, alla luce di qualche riflettore mentre i tre, armati di pertiche di bambù, battagliano alla quota di 4,35, ricadendo dolorosamente su pochi centimetri di sabbia. Meadows è l’unico ad andare oltre. I giapponesi sono pari, a 4,25, ma non intendono ricorrere allo spareggio.

Decidono loro: sarà Nishida a ricevere la medaglia d’argento e Oe quella di bronzo. Al ritorno in patria vanno da un gioielliere, fanno tagliare le medaglie e saldare le metà dell’una con le metà dell’altra creando il metallo dell’indissolubilità.

Sprofondato in quella foresta calda e umida, ormai rassegnato all’ineluttabilità di un verdetto, Oe ignora che, accantonata l’asta di bambù che trasformava i saltatori giapponesi in personaggi degni delle antiche stampe di Hokusai, il record era stato progressivamente spostato sempre più in alto.

L’era dell’asta di metallo aveva un formidabile e singolare personaggio: Cornelius Warmerdam, californiano di solide radici olandesi e ovviamente soprannominato Dutch, ebbe in sorte gli anni della guerra per elevare il record a ripetizione sino a un miracoloso 4,77 senza che la storia gli permettesse di placcare con l’oro olimpico quella sua superiorità.

Un campione del tempo di guerra e, negli anni a venire, un tecnico che a Fresno avrebbe assistito allo sviluppo di attrezzi rivoluzionari, sino alla cancellazione del vecchio esercizio e alla nascita di un nuovo mondo, di una nuova dimensione per i saltimbanchi dell’aria.

Jessie Owens - Luz Long (foto d'epoca)
Jessie Owens – Luz Long (foto d’epoca)
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