Harry Jerome (statua Vancouver)
Harry Jerome (statua Vancouver)
FASTWEB

Anni di pellegrinaggio per ritrovarsi, per caso o in fondo a una ricerca, di fronte a statue di grandi che sono stati onorati in vita e in morte.

Quasi trent’anni fa, seduto sull’erba di Stanley Park, a Vancouver (al confronto Hyde Park è un giardinetto), indicai a mio figlio Andrea la figura, fissata in un eterno tuffo verso il filo di lana, di Harry Jerome, il canadese che, secondo nella storia dopo Armin Hary, raggiunse la sponda dei 10”0.

Capitò un mese dopo l’acuto del tedesco al Letzigrund, e l’exploit proiettava Harry verso un ruolo di protagonista all’Olimpiade romana. Ma ai Giochi arrivò in condizione scadente, uscì in semifinale e diventò spettatore del trionfo di Hary che spezzava un dominio americano che andava avanti dal 1932.

Nel 1928 l’oro dei 100 era andato proprio a un canadese, Percy Williams. Jerome aveva vent’anni e non buttò le altre occasioni: a Tokyo fu terzo, dietro il toro Hayes e il piccolo cubano Figuerola, due anni dopo diventò campione del Commonwealth e conquistò anche la finale di Messico, settimo. Ebbe vita breve: un aneurisma lo portò via a 42 anni.

La statua di Gunnar Gren è davanti al vecchio Ullevi di Goteborg e il Professore ha appena agganciato di tacco un pallone e sta già pensando a dove indirizzarlo. Non è grande né imponente, ma è difficile non sbatterci contro

Per trovare Lennart Skoglund è necessario inoltrarsi nelle stradine della vecchia Stoccolma: Nacka è un folletto che danza accanto a una porta e sembra riuscire a tener a bada il diavolo nella bottiglia che lo sottopose a mille agguati, sino a quello finale.

La prima volta che andai a Helsinki scalpitavo per andare a rendere omaggio al bronzo, che il tempo ha reso verdastro, all’imbocco della salitina dello stadio olimpico. Sul basamento, Paavo Nurmi, nulla di più.

Aveva ragione Chateaubriand, quello del filetto: “per i grandi, solo una pietra e un nome”. In quei giorni – era il ’94, campionati europei – inaugurarono anche la statua (stesso materiale, stesso stile, stessa casta nudità) dedicata a Lasse Viren, due doppiette 5000-10000 a Monaco ’72 e Montreal ’76.

Viren aveva 44 anni, era – ed è – vivo e vegeto, ma la sua glacialità rese freddi quei momenti. “Le medaglie? Le ho vendute perché avevo bisogno di soldi per la mia azienda di legname”. Good bye mister Viren: l’intervista poteva anche finire lì.

Gareth Edwards è sotto gli occhi di tutti: tra asfodeli in primavera e ciclamini in estate, domina l’incrocio dei due corridoi principali del St David Mall, in pieno centro di Cardiff. La statua è lì da una trentina d’anni e lui è colto nel gesto di chi, data un’occhiata, sta valutando come aprire il gioco.

Non è chiaro se la decisione di concedergli un simile omaggio sia nata da quello che ha fatto per il Galles (sette Cinque Nazioni con tre Grand Slam), per i Lions (serie vinta in Nuova Zelanda) o per la meta che va scritta tutta maiuscola e che segnò a quattrocento metri da lì, al vecchio Arms Park: era il 27 gennaio 1973, i Barbarians piegarono gli All Blacks e Cliff Morgan (anche lui monumentale) ai microfoni della Bbc compose una poesia selvaggia, degna di un altro grande gallese, Dylan Thomas.

E poi ci sono statue che non ho visto e vorrei vedere prima di diventare un personaggio di Osvaldo Soriano (“un’ombra ben presto sarai”) e sono quelle che ancora Vancouver ha dedicato alla sfida sul miglio tra Roger Bannister e John Landy, che Jacksonville, Florida, ha eretto in ricordo di Bob Hayes e che l’università di San José ha voluto, riproponendo il podio di Città del Messico, quello dei pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos.

A Genova, la mia città, in un luogo diventato tristemente famoso, piazza Alimonda, da un secolo dovrebbe esser ammirato il monumento a Emilio Lunghi, bello, apollineo, prima medaglia dell’atletica olimpica (argento negli 800 a Londra 1908) ma il bozzetto lo ritraeva nudo e il parroco della chiesa che lì si affaccia pose il veto.

Nel centesimo anniversario della sua disperata impresa (nella quale proprio da Lunghi in bicicletta venne accompagnato) a Carpi ha avuto il suo riconoscimento Dorando Pietri, e il coraggioso omino è stato proposto com’era, senza inutile stravaganze, dal maestro reatino Bernardino Morsani.

In moderno santuario olimpico è stato trasformato, nel tempo, il National Stadium di Kingston, Giamaica: l’effigie di Arthur Wint, primo campione olimpico isolano (i 400 a Londra 1948) è stata affiancata prima da quella di Merlene Ottey e poi, inevitabilmente, da quella di Usain Bolt.

Sport OK Junior