Scudo aerodinamico: novità anacronistica?

Un'analisi completa e approfondita su questo progetto, di cui tanto si è parlato negli ultimi giorni, presentato dall'Istituto di Scienza dello Sport del CONI.

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Lo scorso 19 aprile l’Istituto di Scienza dello Sport del CONI ha presentato lo “Scudo Aerodinamico”, un dispositivo progettato e realizzato dallo stesso istituto per consentire agli atleti della velocità, ma non solo, di correre con minor resistenza aerodinamica mettendosi in scia ad un’autovettura che traina un grande carrello/cabina, il vero e proprio scudo.

La notizia è stata accolta come una novità, anche se lo stesso Carlo Mornati – Segretario Generale del CONI e Responsabile della Preparazione Olimpica- ha parlato di un lavoro di ben tre anni che in realtà ha “rispolverato” un progetto più vecchio.

Lo scudo, facendo da barriera all’aria contraria al moto, consentirebbe quindi all’atleta di raggiungere velocità superiori ai suoi standard e questo servirebbe ad allenarsi con la supervelocità, ovvero correre un po’ al di là dei propri limiti; in questo caso con braccia e gambe che senza la resistenza dell’aria possono muoversi più agevolmente, tempi di contatto al suolo che diminuiscono e migliore spinta.

Naturalmente raggiungere la supervelocità non fa diventare automaticamente più veloci, ma lo scopo è andare in “Overclock” momentaneo, ovvero sovraccaricare creando una finestra temporanea di eccitazione per il sistema nervoso, che “apprenderà” i movimenti e le sensazioni ad una velocità fino a quel momento sconosciuta.

Quando c’è un mezzo allenante nuovo, per di più sviluppato dal Dipartimento di Scienza dello Sport del CONI, c’è solo da essere contenti, però alcune dichiarazioni a margine della presentazione hanno lasciato perplessi.

Ad esempio l’ingegner Dario Dalla Vedova ha detto che “L’idea è stata quella di pensare subito a un laboratorio mobile, uno strumento pratico per un uso costante, uno strumento di allenamento”; difficile però vedere praticità in un dispositivo composto da un carrello appendice trainato da un auto, sia perché ci sarà sempre bisogno di un bravo autista o tecnologia equivalente in grado di regolare la velocità adatta per l’atleta in corsa (prevedendo anche eventuali imprevisti), sia perché la pista di atletica, che dovrà essere completamente sgombra da altri atleti, di certo non è progettata per sopportare le sollecitazioni dei giri continui di una tonnellata e mezzo di “laboratorio” posto su 6 gomme da strada.

Anche il professor Sandro Donati, collaboratore del Dipartimento di Scienza dello Sport, ha commentato ipotizzando che “chiudendo il retro dello scudo…potrebbe diventare un sistema di allenamento climatizzato”, ma probabilmente era una simpatica boutade in cui ha dimenticato di citare l’optional del frigobar.

Infine, è stato il turno del presidente FIDAL Stefano Mei che, tale e tanta è stata la soddisfazione, si è perfino spinto a dire che “Per Parigi 2024 avremo sicuramente un’arma in più, forse già per Tokyo”.

Occorre quindi fare una corsetta all’indietro di 34 anni fino al 1987 per capire com’era quel vecchio progetto che ora è stato “rispolverato”, quando il gruppo di lavoro di cui facevano parte il prof. Roberto Bonomi e il prof. Antonio Dal Monte realizzò una struttura concettualmente simile ma decisamente più ingombrante.

Un carrello che faceva sempre da scudo aerodinamico, con in più una piattaforma da cui l’allenatore impartiva istruzioni direttamente agli atleti e all’autista (mentre nella versione odierna sembra che ci si debba accomodare nel baule dell’auto), e un’elica che creava depressione in funzione della velocità, in modo da risucchiare gli atleti.

Strumento pioneristico per quegli anni, che però non ebbe il successo sperato vista la difficoltà di utilizzo ed il fatto che gli atleti, pur in assenza della resistenza dell’aria, non erano a loro agio e non riuscivano a raggiungere le velocità desiderate.

Infatti, il compianto Vittori, dopo averlo sperimentato un paio di volte, preferì l’uso più maneggevole della carrucola doppia (due atleti agganciati l’un l’altro con un cavo, il primo corre sovraccaricato in quanto traina il secondo che corre in supervelocità) e di un mulinello con frizione da pesca montato su una moto.

Evidentemente non solo Vittori trovò poco utile la soluzione, tanto che l’enorme carrello finì parcheggiato e inerte per una ventina d’anni sotto le tribune dello Stadio Guidobaldi di Rieti (vedi foto).

Sotto tribune stadio Raul Guidobaldi Rieti (foto archivio)
Sotto tribune stadio Raul Guidobaldi Rieti (foto archivio)

Possibile che in tutti questi anni in nessuna parte del mondo abbiano trovato una soluzione per allenarsi alla supervelocità?

Ovviamente i metodi allenanti ci sono, ma le soluzioni più innovative e più avanzate adesso sono i dispositivi come il Dynaspeed o il 1080 SPRINT, dei moderni verricelli (facilmente trasportabili in un trolley) che permettono di allenarsi in sicurezza sia trainando che essendo trainati, il tutto con una tecnologia in grado di fornire resistenza variabile intelligente in modo regolare e controllabile (ad es. 10kg i primi 5 metri, 12kg dai 10 metri ai 15 e così via), con il plus di sensori per la misurazione istantanea e precisa di potenza, forza, velocità e accelerazione.

Chiaramente sono soluzioni costose, ma sicuramente alla portata dei Comitati Olimpici nazionali o degli atleti di élite, come ad esempio Dafne Shippers (due volte campionessa del mondo e argento olimpico a Rio 2016 sui 200mt) e Christian Taylor (2 ori olimpici e 4 ori ai mondiali nel salto triplo), che nel video, assieme all’allenatore Rana Reider, utilizzano in allenamento il 1080 Sprint.

 

È chiaro che, qualsiasi sia la soluzione per allenarsi in “Overclock”, l’atleta dovrà sempre abituarsi e non forzare per evitare spiacevoli incidenti, soprattutto stando attento a non modificare in negativo la sua tecnica di corsa.

Bisogna considerare che l’allenamento alla supervelocità non va bene per tutti, e ci sono diverse scuole di pensiero sui vantaggi o danni che può comportare a seconda delle situazioni.

Un lato positivo dello “Scudo aerodinamico” c’è, ed è la possibilità di utilizzarlo senza essere agganciati a nulla ed anche in curva, cosa che invece rimane impossibile per le altre soluzioni già citate; ma nei test effettuati con Marcel Jacobs si è anche visto che a fronte di un ingombro notevole, lo spazio in larghezza del carrello/cabina rimane limitato ad una corsia e mezza, poco per correre davvero in sicurezza al suo interno.

In ogni caso il campione europeo indoor dei 60 metri ha detto di avere avuto delle buone sensazioni, quindi c’è da rimanere ottimisti in attesa di modifiche migliorative dello scudo, augurandoci che non ci sia un eccesso di novità anacronistiche che richiedano ai nostri azzurri di partecipare a test aerodinamici indossando un elmo prussiano rimesso a nuovo da smaltatura tricolore.

Per chi volesse approfondire l’allenamento della supervelocità, ecco alcuni interessanti risorse

 

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