L’Africa di Fabrice Zango

Domani mattina le qualificazioni del triplo maschile con tre azzurri, ma con un grande protagonista atteso alla vittoria.

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A Tokyo, quell’altra, nacque l’Africa. D’accordo, a Roma c’erano stati Bikila e Rhadi e in pochi avevano notato Maiyoro Nyandika, sesto nei 5000 del “kiwi” Murray Halberg. E così la prima medaglia del Kenya sarebbe stata di Wilson Kiprugut che andò via allo sparo e corse in testa per quasi 600 metri: poi arrivò l’ala nera di Peter Snell e Wilson iniziò a annaspare, superato anche dal canadese William Crothers.

Il podio venne salvato per questioni di centimetri e ai piedi rimase un nome illustre, George Kerr. Il Kenya, indipendente da meno di un anno, aveva inviato anche un giovane Kip Keino quinto nei 5000 di Robert Schul, non meno sorprendente di Billy Mills.

Da quel momento, dopo l’Africa araba dei francesi El Ouafi e Mimoun, conoscemmo l’Africa degli altopiani, affacciati sulla Rift Valley, la più grande ferita della crosta terrestre.

Solo più tardi iniziò a comparire l’Africa Occidentale ed Equatoriale, affidandosi alle muscolarità nigeriane.

Rimaneva fuori un’altra Africa, quella appena al di là del Sahara. Prima che venissero tracciati confini artificiosi, i francesi la chiamavano Soudan e in quell’altro Sudan, anglo-egiziano, finirono per spingersi prima di imbattersi, a Fashoda, nei baffoni minacciosi di Lord Kitchener, sirdar dell’esercito del Khedivè, prossimo feldmaresciallo e ministro durante la Grande Guerra, almeno sino a quando un siluro tedesco lo spedì in fondo al mare di Scozia.

Durante quel conflitto i francesi pescarono in quelle popolazioni, e sotto l’etichetta di “tiratori senegalesi” finirono uomini di quei territori vasti, anche quelli dell’Alto Volta. Ora quel paese, che dall’84 è il Burkina Faso, ha un campione in procinto di conquistare la prima medaglia olimpica: Fabrice Hugues Zango.

Ho una missione perché un intero paese aspetta. È una carica in più, mi trasmette un messaggio importante, mi dice che posso spingermi oltre i miei limiti, sino a superare anche quelli assoluti”: con tre lunghi passi nell’aria vuol dare al Burkina Faso una svolta nella storia di luoghi tristemente noti per una serie di colpi di stato e per occupare stabilmente le posizioni di coda nel livello di ricchezza. O è meglio dire povertà.

In un’invasione di atleti nati nel 2000 e anche oltre, Zango non è più un ragazzo, ha 28 anni e l’atletica l’ha conosciuta quando ne aveva già 17: 100 metri su una strada di Ouagadougou, la capitale di uno stato grande come l’Italia, popolato da 20 milioni di abitanti, famoso per magnifiche maschere cerimoniali.

Chi aveva organizzato la gara, aveva occhio: Fabrice venne dirottato subito sul salto triplo. “E quando arrivai vicino ai 16 metri, riuscii a ottenere una borsa di studio per l’Università dell’Artois, ad Arras”.

È nella città che ha dato i natali a Robespierre che Zango incontra Teddy Tamgho, uno dei pochi (ora sono sette) ad aver toccato e superato la linea dei 18 metri, un talento perseguitato da infortuni rovinosi, capace di rassegnarsi e di trasformarsi in tecnico e mentore.

Teddy non solo mi allena ma è l’uomo capace di trasmettermi la giusta dose di forza mentale, di sicurezza, di fiducia nei miei mezzi”.

È stata una maturazione lenta: solo a 25 anni Zango si è affacciato oltre i 17 metri. Da quel momento le tappe sono state bruciate: terzo ai Mondiali di Doha con il record africano portato a 17,66 (prima medaglia mondiale per il suo paese) e quest’inverno la prima escursione indoor oltre i 18 metri: 18,07 e record mondiale al coperto, strappato proprio a Tamgho.

Il campione burkinabe (così si chiamano gli abitanti del paese incuneato tra Costa d’Avorio e Mali) ha una grande fiducia in se stesso e ha il vantaggio dell’assenza di Christian Taylor, due volte campione olimpico e quattro volte mondiale: il tendine d’Achille ha ceduto e a 31 anni riprendersi sarà arduo.

Ma non sarà una gara scontata: Pedro Pablo Pichardo, cubano passato al Portogallo, è tornato vicino ai suoi vertici e nel confronto del mese scorso nell’ungherese Szekesfehervar ha avuto la meglio in un duello che ha dato brillanti responsi per l’uno e per l’altro. 17,92 a 17,82. Per Zango, la miglior prestazione ottenuta all’aperto.

I due non potrebbero essere più diversi: Pichardo, elastico e sottile, si serve di una tecnica che i cubani appresero quando sull’isola sbarcarono tecnici sovietici e polacchi e mai abbandonata in una successione di rimbalzi molto accentuati che ha guadagnato ai triplisti l’etichetta di “canguri”.

Zango, molto più robusto del cubano e dotato di arti inferiori più corti, si serve di uno schema di salto più radente, in cui trovare equilibrio tra velocità e potenza.

I miei successi, i miei record hanno portato all’atletica molti ragazzi e se la mia missione avrà successo, so che altri mi imiteranno. Tutti, laggiù, mi aspettano e non posso deluderli”.

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