Ramil Guliyev (foto world athletics)
Ramil Guliyev (foto world athletics)
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Il più turco dei non turchi diventati turchi è Ramil Guliyev: l’Azerbaijan, malgrado qualche secolo di dominio russo e sovietico, è turcofono e il paese, il più vasto dell’area caucasica, è un ponte tra l’Europa e l’Asia Centrale, la sterminata area geografica che provocò viaggi avventurosi di europei sopraffatti dal fascino dell’esotismo, dal desiderio di riscoperta di civiltà sepolte dalle sabbie del tempo, dall’inimitabile cocktail di razze, lingue, religioni, culture, dal Grande Gioco di spie tra l’Impero britannico e quello dello zar.

Quando Ramil, 21enne, chiese di abbandonare l’Azerbaijan per passare alla Turchia, fece abilmente leva su un’affinità che non poteva essere negata, ma anche su aiuti finanziari che, come ammise il ministro azero dello sport Azad Rahimov, erano assai cospicui per un giovane atleta.

E così, malgrado la Iaaf avesse stabilito che Guliyev non avrebbe potuto gareggiare per il nuovo paese prima del 2014, l’esordio per la Turchia è dell’aprile 2013. Trattativa e cambio di nazionalità concluse in meno di due anni. Oggi troverebbe ostacoli più alti da superare.

Credo sia stata la decisione più sensata della mia vita: non avessi imboccato quella strada, probabilmente avrei lasciato l’atletica. Devo tutto al mio club, il Fenerbahce”. Dai colori giallo e nero. Vedi omonima squadra di calcio.

Di Guliyev l’Azerbaijan conserva i primi successi, i primi piazzamenti importanti, e soprattutto una “perla” di cui non potrà essere privato: il 20″04 della vittoria di un 19enne Ramil alle Universiadi di Belgrado 2009 è il secondo tempo di sempre per uno junior, preceduto soltanto dal 19.93 di Usain Bolt. Guliyev aveva 19 anni e 40 giorni, Bolt 17 anni e 8 mesi scarsi.

Alla Turchia, oltre a una sfilza di titoli balcanici ha dato di più e di meglio questo tipo piuttosto curioso, coperto di tatuaggi, occhi scurissimi, barba ispida e un codino chiuso da una nappa azzurra.

Il 19″88 d Zagabria 2015 ha proiettato il caucasico al quarto posto di sempre nella lista dei “caucasici” più veloci, alle spalle di Pietro Mennea 19.72, Christophe Lemaitre 19.80 e Kostas Kenteris 19.85.

E il 9.97 di Bursa, poco prima dei Mondiali, gli assicura la seconda posizione in questa classifica a carattere etnico. Era l’inizio della scalata verso zone altissime, dall’aria così rarefatta da adattarsi a pochi.

A Londra, tre anni fa, ha sfruttato l’occasione che gli si è presentata: non è da tutti saper approfittare delle congiunzioni favorevoli.

Ramil, dei Gemelli come Lemaitre e Tortu, ha saputo mescolare genialità e faccia tosta (caratteristiche del segno zodiacale) e ha fatto il colpo in 20″09 piegando Wayde van Niekerk che per due piccoli centesimi ha fallito l’accoppiata 200-400 di gusto michaeljohnsoniano.

Il giro di pista lo aveva prosciugato e, in ogni caso, il sudafricano non lanciava le rifrazioni da brillante purissimo fatte balenare a Rio.

Qualcuno ha fatto notare che nella storia dei Mondiali solo un altro bianco aveva conquistato il titolo dei 200: Kostas Kenteris nel 2001 a Edmonton (anche in quel caso con un tempo sopra i 20), nel secondo capitolo della conquista della triplice corona, una saga iniziata a Sydney e proseguita agli Europei di Monaco di Baviera, prima della brusca interruzione nella strana notte ateniese che privò la cerimonia d’apertura dell’ultimo tedoforo e che trasformò ancora una volta i Giochi in un paese delle lunghe ombre.

Alternando la sua attività di giramondo a quella di cacciatore di titoli e di piazzamenti importanti, Ramil ha conosciuto il suo giorno dei giorni agli Europei di Berlino di due anni fa: 19″76 in fondo alla gara che ha regalato un grappolo di record nazionali e personali, una curva e un rettilineo indimenticabili per Fausto Desalu, 20″13, secondo azzurro di sempre dopo quel buonanima di Barletta che l’azero/turco ha quasi affiancato: quattro centesimi, a quella velocità, sono una trentina di centimetri.

Superato il promontorio dei trent’anni, a Doha è finito quinto, curiosamente con un tempo, 20″07, inferiore a quello che a Londra gli aveva assicurato la corona. Certe occasioni non vanno buttate e Ramil non l’ha buttata.

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